Le richieste di connessione, concentrate in Lombardia, superano di decine di volte l’attuale capacità installata del Paese
A fine marzo 2026 risultavano 480 richieste di connessione per nuovi data center in Italia, per un totale di 82,63 gigawatt, come emerge dal rapporto sui data center pubblicato dal WWF Italia a metà luglio sulla base dei dati di Terna. Per dare un termine di paragone: nel 2024, secondo Terna, l’intero parco data center italiano ha consumato circa 3,9 terawattora, pari all’1,3 per cento dei consumi elettrici nazionali. Ottantadue gigawatt di potenza richiesta contro un prelievo annuo che non arrivava a 4 TWh: un rapporto che dice molto sulla scala di trasformazione che il settore sta immaginando per sé, e sul potenziale impatto per la rete.
Tradurre la potenza in energia non è mai lineare — un data center non assorbe 24 ore su 24 la potenza massima per cui è dimensionato — ma la sproporzione tra le due cifre racconta comunque una dinamica netta: le infrastrutture digitali italiane si preparano a un salto di scala che non ha precedenti. Il dato dei 3,9 TWh del 2024 include già anni di crescita costante, trainata dalla diffusione del cloud e dei servizi di streaming. Le 480 pratiche depositate presso Terna proiettano il Paese in un’altra dimensione, e non è detto che tutte rispondano a progetti con fondamenta solide.
La geografia dei gigawatt
Se anche solo una parte di queste richieste andasse a buon fine, la geografia elettrica italiana cambierebbe in modo fortemente concentrato. Secondo i dati di Econnextion, la piattaforma di Terna, la gran parte della potenza richiesta si addensa nel Nord Italia e più della metà — 34 gigawatt, con oltre 220 pratiche — nella sola Lombardia. Non è un caso: la Regione ospita già la AWS Europe Region di Milano, snodo centrale per i servizi cloud di Amazon nel continente, ed è dotata di dorsali di fibra, reti elettriche robuste e vicinanza ai grandi centri di interscambio dati europei.
È qui che si annida uno dei nodi della vicenda. La concentrazione territoriale così spinta — 34 GW su un’unica regione — non ha solo ragioni tecniche. Risponde anche a una logica di prossimità ai clienti e di riduzione della latenza, ma rischia di creare squilibri locali nella domanda di energia che il gestore di rete dovrà gestire con attenzione. Già oggi la Lombardia è tra le regioni con il più alto fabbisogno elettrico d’Italia; aggiungere l’equivalente di decine di centrali in pochi nodi della rete di trasmissione non è un’operazione neutra né per Terna né per il sistema elettrico nel suo complesso.
Chi investe e perché
Dietro la valanga di gigawatt si muovono capitali ingenti. Secondo l’Osservatorio sulla Digital Innovation del Politecnico di Milano, nel triennio 2023-2025 sono stati investiti 7,1 miliardi di euro per la costruzione, l’approntamento e il riempimento di apparecchiature IT dei nuovi data center. È una cifra notevole, ma rappresenta solo il 68 per cento dei 10,5 miliardi che lo stesso Osservatorio aveva stimato nel 2023 per il periodo. Il fatto che gli investimenti realizzati siano inferiori alle attese è un segnale da non sottovalutare: indica che la corsa c’è, ma che tra annunci e cantieri aperti il passo non è sempre lo stesso.
Il caso più emblematico di questa dinamica è AWS. Già nel novembre 2024 l’azienda aveva annunciato piani per oltre 1,2 miliardi di euro in cinque anni per espandere l’infrastruttura cloud nella Regione AWS Europe di Milano. L’investimento ha ottenuto l’approvazione del governo italiano, a conferma di quanto la partita dei data center sia entrata nell’agenda della politica economica nazionale. Ma il solo AWS non spiega 82 GW di richieste: dietro le 480 pratiche depositate presso Terna c’è una galassia di operatori — dai colossi americani del cloud ai fondi infrastrutturali, fino a soggetti meno noti che vedono nei data center un’occasione di rendita nel medio periodo.
Il nodo della rete e il rischio speculazione
È proprio questo l’aspetto su cui il WWF Italia ha acceso un faro. Il 16 luglio, in un comunicato, l’associazione ha messo in guardia da un duplice rischio: «bisogna evitare che il tutto si trasformi in una bolla speculativa sia sul piano territoriale, sia su quello energetico». La domanda di energia per i data center, riconosce il WWF, è reale e in crescita e va soddisfatta con fonti rinnovabili. Ma il timore è che una parte delle richieste di connessione risponda più a logiche di accaparramento di capacità di rete — una risorsa scarsa — che a progetti industriali solidi.
L’avvertimento non è teorico. In Italia, la procedura di richiesta di connessione alla rete di trasmissione nazionale prevede il deposito di una pratica e il pagamento di un corrispettivo, ma non sempre è accompagnata da garanzie sufficienti sulla solidità del progetto sottostante. Il risultato è che la coda di attesa si allunga e può includere iniziative che non vedranno mai la luce, distorcendo la percezione del fabbisogno reale e complicando la pianificazione del gestore di rete. Un’espansione di questa portata, se anche solo in parte si concretizzasse, richiederebbe un aumento significativo della generazione rinnovabile, in un Paese che già fatica a centrare gli obiettivi di decarbonizzazione.
Il WWF insiste sulla necessità di vincolare le nuove autorizzazioni all’uso esclusivo di fonti pulite, per evitare che la crescita dei data center si traduca in un aumento delle emissioni o in una pressione ulteriore sul prezzo dell’energia per famiglie e imprese. Nei prossimi dodici mesi il banco di prova sarà il tasso di conversione delle richieste in allacci reali. Le 480 pratiche per 82,63 GW rappresentano una fotografia delle ambizioni del settore a marzo 2026. Il vero numero da tenere d’occhio è quanti di quei gigawatt si tradurranno in cantieri aperti, connessioni attive e consumi misurabili. La partita dell’energia per il cloud è appena iniziata, e il campo da gioco è la rete elettrica italiana.




