La Consulta ha scelto di non scegliere

La Consulta ha scelto di non scegliere

L’ordinanza 115 lascia in vigore la legge sarda senza pronunciarsi sulla sua legittimità

Ieri, la Corte costituzionale ha depositato l’ordinanza 115. Sulla carta, un verdetto. Nei fatti, un rinvio che lascia tutto com’era. La legge regionale sarda n. 20 del 2024 – quella che doveva individuare le aree idonee e non idonee per gli impianti a fonti rinnovabili – era stata impugnata dal governo. La Consulta avrebbe dovuto sciogliere il nodo. Non l’ha fatto. Ha deciso di non decidere, e per gli operatori del settore si profila un altro anno di attesa, mentre i megawatt restano incastrati tra carte bollate e veti incrociati.

L’ordinanza che non scioglie il nodo

L’udienza pubblica si era tenuta il 5 maggio scorso. Due mesi di camera di consiglio, poi il deposito il 25 giugno. Il risultato è un’ordinanza che si esprime su alcune parti della legge isolana senza però affondare il colpo. La Regione Sardegna aveva costruito un impianto normativo che, secondo l’impugnativa governativa, violava non solo diversi articoli della Costituzione – dal 3 al 9, dal 41 al 97, fino al 117 – ma anche la disciplina europea in materia di energie rinnovabili. In particolare, la direttiva RED II del 2018 e la più recente RED III del 2023, che fissano obblighi precisi per gli Stati membri in tema di accelerazione autorizzativa e di tutela degli investimenti. Eppure la Corte non è entrata nel merito della compatibilità di quei vincoli con il diritto europeo, né ha tracciato un perimetro chiaro entro cui la Regione possa legiferare.

Gli articoli impugnati – dall’articolo 1, commi 2, 5, 7 e 8, all’articolo 3, fino agli Allegati A, B, C, D ed E – restano in vigore. Non sono stati dichiarati incostituzionali. Non sono stati nemmeno integralmente salvati. La Corte ha scelto una via intermedia che, secondo un’analisi di QualEnergia sull’ordinanza, lascia il quadro regolatorio sospeso in una zona grigia. Una non-decisione che ha il sapore dell’attendismo: non si boccia la legge regionale, ma non la si convalida. Il paradosso è che la certezza del diritto – quella che servirebbe a chi deve pianificare investimenti da decine di milioni – oggi è più lontana di prima.

I vincitori del rinvio

Ma se la Corte non si è pronunciata nel merito, il vuoto regolatorio avvantaggia qualcuno. A guadagnare tempo è innanzitutto la posizione politica che ha voluto quella legge, blindando vaste porzioni del territorio sardo con divieti aprioristici. Restano in piedi, ad esempio, i vincoli che escludono intere categorie di suoli dall’installazione di impianti fotovoltaici ed eolici, spesso senza una valutazione caso per caso. L’avvocata Germana Cassar, che segue il contenzioso per conto di operatori del settore, lo dice senza giri di parole: «restano illegittimi i vincoli aprioristici». Il punto è che l’illegittimità, fino a quando un giudice non la dichiara in una sentenza, non produce effetti pratici. E la sentenza, ieri, non è arrivata.

Chi beneficia di questa stasi? Non certo gli operatori – da Edison rinnovabili a RWE Renewables Italia, da Sorgenia Renewables a Green Sole Renewables – che hanno presentato ricorsi al TAR Sardegna e al TAR Lazio, e che ora vedono i propri progetti fermi in attesa di un quadro normativo stabile. A guadagnarci sono piuttosto gli interessi che spingono per mantenere la Sardegna ancorata a un modello energetico fondato sulle fonti fossili, o che vedono nell’espansione delle rinnovabili un costo politico da rimandare. Nel frattempo, gli studi legali come Dla Piper continuano a monitorare una partita che si sposta sempre più sul terreno dell’interpretazione amministrativa, dove ogni ritardo si traduce in costi vivi per chi ha già investito in progetti oggi paralizzati.

C’è un elemento che merita attenzione: l’impugnativa governativa non si basava solo sulla Costituzione italiana, ma richiamava esplicitamente il diritto dell’Unione. RED II e RED III non sono dichiarazioni di principio: impongono agli Stati membri di semplificare le procedure, di rimuovere barriere ingiustificate e di raggiungere target vincolanti. La Sardegna, con la sua legge del 2024, ha fatto esattamente l’opposto: ha moltiplicato i divieti, irrigidito i criteri e rallentato l’iter autorizzativo. E la Corte, per ora, non ha ritenuto di dover affrontare il possibile contrasto con la normativa europea. Il messaggio implicito è che, fino a quando non scatterà una procedura d’infrazione o una pronuncia della Corte di giustizia UE, la tensione tra norma regionale e direttive comunitarie può essere gestita con il silenzio.

Il conto per il cittadino

Dietro le schermaglie legali, c’è un costo che si scarica su famiglie e imprese. Ogni anno di ritardo nell’installazione di nuova capacità rinnovabile si traduce in una bolletta più cara, perché il sistema energetico sardo resta dipendente da fonti più costose e più esposte alla volatilità dei mercati internazionali. Le opportunità di sviluppo legate alla filiera delle rinnovabili – posti di lavoro, indotto, gettito fiscale per i comuni – rimangono congelate in attesa che qualcuno sciolga il nodo giuridico. E mentre il dibattito si arena tra ordinanze e rinvii, le scadenze europee si avvicinano. La domanda, sempre più pressante, è: chi pagherà il conto del mancato sviluppo? Non la politica regionale che ha scritto la legge, né gli interessi che ne hanno tratto vantaggio. Lo pagheranno i cittadini sardi, due volte: in bolletta e in occasioni perdute.

La transizione energetica sarda è appesa a un filo giuridico. L’ordinanza 115 non l’ha spezzato, ma non l’ha nemmeno rinforzato. La vera questione, a questo punto, non è solo se e quando la Corte tornerà a pronunciarsi nel merito. È se qualcuno, nelle istituzioni regionali e nazionali, avrà la lucidità di fare i conti con le scadenze europee prima che sia troppo tardi per recuperare il terreno perduto. Perché il tempo non è una variabile neutra: ogni mese che passa senza una regolazione chiara è un mese in cui la Sardegna rinuncia a decidere del proprio futuro energetico.

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