Il rapporto Draghi quantifica in 800 miliardi annui gli investimenti necessari per colmare il divario

La forbice che si allarga

I numeri raccontano una storia che le dichiarazioni politiche spesso nascondono. Dal 2010 l’economia statunitense è cresciuta del 37,5%, quella dell’Unione Europea del 20,9%: quasi la metà. Non stiamo parlando di una rincorsa, ma di un distacco progressivo che anno dopo anno si allarga. Lo scorso anno, secondo i dati Eurostat, la produzione industriale nell’Unione Europea è diminuita di quasi il 2%: un segnale che qualcosa si è inceppato nel motore produttivo del continente. Già nel settembre 2024 il rapporto Draghi aveva definito il divario di competitività europeo una “sfida esistenziale”, quantificando in 750-800 miliardi di euro gli investimenti aggiuntivi annuali necessari per colmare il gap. I rapporti Draghi e Letta hanno suonato un campanello d’allarme: l’Europa rischia di restare indietro e deve agire con decisione.

Ma mentre il divario cresce, chi sta reagendo? Non i governi né le istituzioni comunitarie — almeno non con la rapidità necessaria. A muoversi sono stati direttamente gli industriali, che hanno deciso di parlare con una voce sola.

L’appello degli industriali: salvare la competitività

Il 6° Forum Trilaterale d’Impresa, riunitosi a Parigi nel gennaio 2025, ha prodotto una dichiarazione che è insieme una diagnosi e una terapia. Il testo firmato da Confindustria, BDI e MEDEF non usa giri di parole: l’Europa sta perdendo terreno e le sue ambizioni ambientali, per quanto condivisibili, rischiano di accelerare il declino se non vengono calibrate con realismo. Il paradosso è sotto gli occhi di tutti: l’Unione Europea vuole guidare la transizione verde, ma sta chiedendo alle sue imprese uno sforzo che nessun altro competitor globale è tenuto a fare. La proposta di riduzione del 90% delle emissioni di CO₂ entro il 2040, contenuta nello stesso appello, viene indicata come un obiettivo che solleva seri problemi di fattibilità industriale.

Confindustria è andata oltre, chiedendo la sospensione temporanea del Sistema di Scambio delle Emissioni (ETS) per il settore manifatturiero, la produzione termoelettrica a gas, il trasporto marittimo, gli edifici e la mobilità. Non è una richiesta ideologica né un tentativo di smontare le politiche climatiche: è il grido di chi vede i costi dell’energia e della compliance normativa erodere margini già risicati, mentre i concorrenti americani e asiatici operano con regole molto più leggere. Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, lo ha detto chiaramente: in qualità di seconda potenza industriale ed esportatrice d’Europa, l’Italia non può permettersi di perdere altri pezzi della propria base produttiva.

Eppure l’Europa ha ancora carte da giocare. Il settore farmaceutico, per esempio, ha registrato un surplus commerciale di quasi 200 miliardi di euro nel 2024, dimostrandosi un pilastro della sovranità industriale europea. Ma anche qui serve pragmatismo: non si tratta di scegliere tra ambiente e industria, ma di capire che senza industria non ci saranno risorse per finanziare la transizione. L’Europa produce solo l’11% dei semiconduttori mondiali: una dipendenza tecnologica che in uno scenario di tensioni geopolitiche diventa una vulnerabilità strategica.

E ora cosa succede?

A otto mesi dall’appello, la domanda è ancora aperta. La Commissione europea non ha dato risposte definitive, e nel frattempo le imprese continuano a navigare nell’incertezza. Per un imprenditore metalmeccanico di Bergamo o per un produttore chimico di Ludwigshafen, la questione è concreta: conviene investire in Europa o spostare la produzione dove i costi energetici sono più bassi e la burocrazia meno soffocante? La risposta che arriverà da Bruxelles nei prossimi mesi determinerà non solo il futuro di intere filiere, ma anche la tenuta dell’occupazione e il potere d’acquisto di milioni di famiglie. Il futuro dell’industria europea dipende dalle risposte che arriveranno da Bruxelles. Per imprese e cittadini, è il momento di tenere gli occhi aperti.