L’accordo con la Turchia separa per la prima volta presidenza formale e guida negoziale
Lo scorso novembre un accordo tra Australia e Turchia ha riscritto una regola non scritta della diplomazia climatica: per la prima volta chi ospita il vertice non detta la linea negoziale. L’Australia ha ottenuto la presidenza esclusiva della COP31 — l’autorità di «plasmare e guidare le decisioni globali» su scambi e investimenti nell’energia pulita — mentre la Turchia farà da cornice, accogliendo i delegati ad Antalya. Nei giorni scorsi, in un’intervista a Carbon Brief, il presidente designato ha indicato nell’elettrificazione «la via più sicura per proteggere i cittadini». Una dichiarazione che arriva da Canberra, uno dei primi tre esportatori mondiali di carbone.
L’anomalia di Antalya
L’intesa, formalizzata in un annuncio ufficiale congiunto, non ha precedenti. L’Australia deterrà «l’autorità esclusiva sulle negoziazioni» durante l’intero percorso preparatorio e nel corso del vertice. La Turchia eserciterà il ruolo di presidente della conferenza ma con funzioni essenzialmente organizzative. È un ribaltamento della prassi consolidata: finora il paese ospitante ha sempre avuto anche la regia politica dei colloqui — dall’Egitto della COP27 agli Emirati Arabi Uniti della COP28. La scelta di separare i due ruoli riflette una geografia politica inedita. L’Australia intende rappresentare anche gli interessi del Pacifico, regione esposta in prima linea agli effetti del cambiamento climatico. Ma porta sul tavolo negoziale anche il peso della propria economia estrattiva.
Elettrificare sì, ma con quali spine?
La presidenza australiana arriva con un’eredità difficile da ignorare. Il paese resta tra i maggiori esportatori di carbone al mondo e il gas naturale liquefatto rappresenta una voce crescente della bilancia commerciale. Quando il presidente designato parla di elettrificazione come priorità assoluta, la domanda non è se l’obiettivo sia condivisibile — lo è — ma con quali fonti si intenda alimentare quella stessa elettrificazione. Senza una rete decarbonizzata, qualunque progresso sul fronte della domanda elettrica rischia di tradursi in nuove emissioni.
Il WWF ha risposto nei giorni scorsi con una presa di posizione netta: perché l’obiettivo di elettrificazione da rinnovabili sia efficace, deve essere alimentato da energie rinnovabili, non da combustibili fossili. È il cuore della frizione. Un paese che continua ad autorizzare nuove miniere di carbone e giacimenti di gas può guidare una transizione che per definizione richiede di lasciare sottoterra proprio quelle risorse? Il dibattito, iniziato alla COP30, si è intensificato nei mesi successivi. La partita preparatoria definirà quanto margine avrà Canberra per mediare tra le sue esportazioni e le richieste del resto del mondo.
Qui sta il paradosso. L’Australia ha gli strumenti tecnici e diplomatici per costruire consenso su un’agenda di elettrificazione globale. Ma la credibilità negoziale si misura anche sulla coerenza tra ciò che si predica e ciò che si pratica. La Turchia, dal canto suo, ospiterà il summit in una regione — la costa mediterranea — già segnata da ondate di calore e siccità ricorrenti. Anche Ankara ha un portafoglio energetico ancora fortemente dipendente dai combustibili fossili. Due paesi che gestiscono insieme la COP31, entrambi con un piede nella transizione e l’altro nell’economia del carbone e del gas. Un doppio comando che rischia di trasformarsi in un doppio freno.
La COP31 sarà un banco di prova per la credibilità della transizione: chi detiene il potere negoziale avrà anche la volontà di staccare la spina ai fossili? I prossimi mesi, con la COP32 all’orizzonte, misureranno la distanza tra le promesse dell’elettrificazione e la realtà dei mercati energetici. Il doppio comando di Antalya — Turchia in vetrina, Australia nella stanza dei bottoni — è molto più di una curiosità diplomatica. È il riflesso di un equilibrio ancora irrisolto tra la necessità di agire e gli interessi di chi, sullo status quo, ha costruito la propria prosperità. Se l’elettrificazione è davvero «la via più sicura», come sostiene il presidente designato, la prima spina da staccare è quella che collega la politica climatica ai combustibili fossili.




