Il differenziale emerso nell’asta di dicembre riflette il costo della sicurezza industriale

A fine 2025, le aste rinnovabili italiane hanno consegnato una sorpresa: gli impianti che rispettavano i criteri di resilienza UE chiudevano contratti a quasi 0,01 €/kWh in più rispetto a quelli standard. Pagare di più per produrre meno dipendenza da Pechino: un paradosso con cui il sistema elettrico sta facendo i conti.

A rivelarlo sono i dati della seconda asta solare sotto il regime FER-X, la prima a escludere l’uso di moduli, celle e inverter cinesi per i progetti sopra 1 MW. Secondo quanto pubblicato da pv magazine, l’asta del 12 dicembre 2025 ha assegnato 1,1 GW di nuova capacità fotovoltaica con un prezzo medio di aggiudicazione di 0,06637 €/kWh. Un valore che, stando alla stessa fonte, è risultato superiore di circa un centesimo di euro rispetto all’asta “standard”, quella cioè senza vincoli sull’origine dei componenti.

Il differenziale non è un errore di mercato, ma il prodotto diretto dei criteri di resilienza introdotti dal decreto ministeriale del 4 agosto 2025, che ha modificato il meccanismo transitorio per allinearlo al regolamento europeo NZIA (Net-Zero Industry Act). Una scelta che ha reso più cara la partecipazione per chi doveva approvvigionarsi al di fuori della filiera cinese, e che ha così spuntato un premio di prezzo netto.

Il premio della resilienza

L’asta del 12 dicembre, ricordano i documenti del Gestore dei servizi energetici, era rigidamente divisa in due binari. Da un lato i progetti che potevano utilizzare qualsiasi componente, dall’altro quelli sopra 1 MW obbligati a rinunciare a moduli, celle e inverter made in China. La seconda categoria rientrava nei criteri NZIA, pensati per rafforzare la sicurezza delle catene di approvvigionamento europee.

L’esito ha messo in cifre il costo di quella sicurezza: quasi un centesimo di euro per ogni chilowattora. Su un impianto fotovoltaico di taglia media, nell’arco di vent’anni, la differenza si traduce in un esborso supplementare significativo per il sistema – in ultima analisi per il consumatore, visto che il meccanismo di supporto remunera la produzione attraverso le bollette elettriche. Non una cifra drammatica, ma un segnale che la resilienza industriale non è gratuita. E, soprattutto, un antipasto di quel che potrebbe accadere quando il regime di sostegno sarà definitivo.

L’architettura temporanea

La risposta sta in un decreto-ponte entrato in vigore il 28 febbraio 2025 e rimasto operativo fino al 31 dicembre successivo, pensato per traghettare il settore delle rinnovabili verso il nuovo schema FER-X. Un decreto che, come hanno ricostruito gli studi legali Ashurst e Dentons, nasceva con un’architettura a due velocità: aste competitive per gli impianti sopra 1 MW e accesso diretto al meccanismo di supporto per quelli più piccoli, entro un contingente massimo di 3 GW. Una porta che si sarebbe chiusa comunque sessanta giorni dopo il raggiungimento di quella soglia.

Il meccanismo transitorio è stato poi ritoccato il 4 agosto 2025, proprio per incorporare i criteri di resilienza previsti dal Net-Zero Industry Act. Da quel momento, le aste competitive hanno cominciato a valutare non soltanto il prezzo offerto, ma anche il contributo alla sicurezza degli approvvigionamenti. Lo stesso decreto ministeriale del 30 dicembre 2024, come modificato ad agosto, ha introdotto correzioni ulteriori: per gli impianti fotovoltaici realizzati in sostituzione di coperture in eternit o amianto, ad esempio, il prezzo di aggiudicazione veniva aumentato di 27 €/MWh. Piccoli aggiustamenti che, insieme ai vincoli NZIA, hanno contribuito a scolpire il differenziale di costo emerso nell’asta di dicembre.

Con il 31 dicembre 2025, però, quella fase si è esaurita. Resta da capire quanto delle logiche sperimentali del transitorio si riverserà nel regime definitivo.

Dopo il ponte: il tesoretto da 23 miliardi

Con il decreto transitorio scaduto, l’attenzione si è spostata sul piatto forte: lo schema FER-X a regime, che ha ottenuto il via libera della Commissione europea autorizzando fino a 23 miliardi di euro in aiuti di Stato. Un quadro di lungo termine, notificato da Roma a Bruxelles, che dovrebbe accompagnare l’Italia ben oltre l’esperienza del decreto-ponte. Le cifre sono imponenti: secondo il Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, il decreto FER-X prevede un contingente massimo di 37,15 GW di nuova capacità rinnovabile, di cui 10 GW riservati agli impianti fino a 1 MW e i restanti 27,15 GW destinati ai progetti di taglia maggiore.

Il tesoretto da 23 miliardi, dunque, dovrà finanziare una mole di nuova potenza paragonabile a quella installata in tutta Italia negli ultimi quindici anni. E dovrà farlo in un contesto in cui le regole sulla resilienza, sperimentate nel transitorio, potrebbero diventare strutturali. Se il premio di prezzo visto a dicembre fosse replicato su larga scala, l’impatto sui conti del sistema elettrico non sarebbe trascurabile. Il 2025 ha mostrato che la transizione energetica italiana ha un prezzo: tenerlo d’occhio sarà cruciale per capire se i 23 miliardi del FER-X diventeranno un volano o un freno.