L’analisi di Ember evidenzia il divario tra potenza installata e utilizzo effettivo delle batterie

Ventitré terawattora. È l’elettricità pulita che le batterie cinesi avrebbero potuto spostare nel 2025 dagli orari di surplus a quelli in cui la rete ne aveva più bisogno, e che invece è andata persa. Lo ha calcolato Ember, il think tank energetico, in un’analisi pubblicata nei giorni scorsi. Nel frattempo, lo scorso giugno, la Cina ha portato l’obiettivo nazionale al 2030 a 300 GW di nuovo stoccaggio energetico. Un numero che da solo basterebbe a far girare la testa a qualsiasi analista di sistema elettrico, ma che letto accanto ai 23 TWh sprecati racconta una verità più complicata: la Cina sta installando batterie a una velocità senza precedenti, ma non ha ancora imparato a usarle.

Un record pieno di paradossi

La dimensione della macchina cinese dell’accumulo è ormai difficile da afferrare senza qualche termine di paragone. A dicembre 2025, in un solo mese, la Cina ha aggiunto 18,76 GW per 65,46 GWh di nuovo stoccaggio energetico: più di quanto gli Stati Uniti, il secondo mercato mondiale, installino in un anno intero. Alla fine del 2025, la Cina rappresentava oltre la metà della capacità globale di sistemi di accumulo a batteria. Nel primo trimestre del 2026 il paese aveva già installato quasi 150 GW di BESS agli ioni di litio.

Numeri che raccontano una crescita impetuosa, sospinta da anni di mandati politici che obbligavano gli sviluppatori di rinnovabili ad abbinare capacità di accumulo ai nuovi impianti. Una strategia che ha funzionato, se misurata in gigawatt: l’asticella si alza, i record si susseguono. Ma i 23 TWh di elettricità pulita non spostata nel 2025 misurano qualcos’altro: la distanza tra la potenza installata e la capacità effettiva di usarla quando serve. Le batterie ci sono. La rete, però, non sempre le chiama.

Standalone: il nuovo padrone del mercato

Dietro i numeri assoluti, la composizione del nuovo installato racconta una svolta. Tra gennaio e aprile 2026, secondo i dati pubblicati da Ember, i sistemi di accumulo standalone — quelli che operano in modo indipendente e possono partecipare direttamente ai mercati elettrici — hanno rappresentato l’84,7% della nuova capacità installata. I sistemi co-localizzati con impianti rinnovabili, che fino a poco tempo fa dominavano il mercato proprio in virtù degli obblighi normativi, sono scesi all’8,4%.

È un’inversione che ha il sapore di una transizione. Per anni Pechino ha spinto l’accumulo come estensione obbligatoria delle rinnovabili: ogni nuovo parco eolico o fotovoltaico doveva portarsi dietro una certa quota di batterie. Il risultato è stato un’espansione accelerata della capacità, ma con tassi di utilizzo spesso bassi — batterie installate perché lo imponeva la norma, non perché il mercato le richiedesse.

Ora il baricentro si sposta. Il settore cinese dello stoccaggio a batteria, nota Ember nella stessa analisi, sta passando «dall’espansione di capacità imposta dalle politiche all’integrazione di mercato». Le batterie standalone sono pensate per arbitraggio, regolazione di frequenza, servizi di rete: comprano quando il prezzo è basso, vendono quando sale. Esistono perché qualcuno ci vuole guadagnare, non perché un decreto le ha rese obbligatorie. È un cambiamento che potrebbe portare a un utilizzo più efficiente della capacità installata — ammesso che i segnali di prezzo siano sufficienti a orientare gli investimenti.

La corsa solitaria delle batterie cinesi

Se lo stoccaggio autonomo domina le nuove installazioni, viene da chiedersi se il mercato stia cercando profitto prima ancora che integrazione di sistema. Non è una domanda retorica: un conto è installare batterie per spostare elettricità rinnovabile dalle ore di surplus a quelle di picco, riducendo il curtailment e migliorando l’efficienza della rete. Un altro conto è usarle per speculare sui differenziali di prezzo orari, attività che può generare rendimenti interessanti senza necessariamente risolvere i problemi di congestione della rete.

La differenza sta tutta nei 23 TWh che Ember ha quantificato. Se usate al loro pieno potenziale, le batterie cinesi avrebbero potuto spostare quell’enorme volume di elettricità pulita dal momento in cui veniva prodotta — e in parte sprecata — al momento in cui serviva davvero. Non è successo. La ragione non sta nella mancanza di tecnologia o di capacità, ma nell’assenza di meccanismi di mercato che premino questo comportamento. Finché il valore di una batteria sarà misurato in rendimento finanziario e non in elettricità effettivamente spostata, il paradosso resterà: più batterie, ma ancora energia buttata.

Intanto la Cina corre verso i 300 GW, un obiettivo che la manterrà saldamente al centro del mercato globale dell’accumulo per tutto il decennio. Ma la domanda vera non è se ci arriverà — con questi ritmi, ci arriverà quasi certamente in anticipo. La domanda è se quelle batterie serviranno la rete o solo gli investitori che le hanno comprate.