Il costo per kilowatt dell’eolico galleggiante cinese è crollato del 50% in quattro anni

Ogni volta che arriva la bolletta, il pensiero è lo stesso: ma ne vale la pena investire miliardi nell’eolico in mare? Ieri qualcosa si è mosso, e forse aiuta a vedere la questione in modo più concreto. Al largo di Yangjiang, nella provincia cinese del Guangdong, è stato posato un cavo sottomarino dinamico a 66 kV, il primo in Cina pensato per l’eolico galleggiante. Sembra un dettaglio da addetti ai lavori, ma è il pezzo che mancava per collegare alla rete una turbina grande come un grattacielo, piazzata in mare aperto, dove l’acqua è profonda più di 50 metri e le onde possono superare i 20 metri. Quel cavo è progettato per durare 25 anni in condizioni marine estreme, e porta a terra l’energia di una macchina che da sola basterebbe a coprire i consumi elettrici di migliaia di famiglie. La notizia non sta tanto nel record tecnico: sta nel fatto che, mentre noi ci chiediamo se convenga, altri stanno già facendo i conti e scoprendo che sì, conviene eccome.

Un cavo da record per domare il vento profondo

La piattaforma si chiama Sanxia Linghang, è stata installata lo scorso 2 maggio a oltre 70 chilometri dalla costa, e monta una turbina da 16 MW con un rotore di 252 metri di diametro – l’area spazzata dalle pale equivale a circa sette campi da calcio – e un’altezza della punta delle pale superiore ai 270 metri. Numeri che fanno impressione, ma il punto è un altro: questa piattaforma non è fissata al fondale, galleggia. E per portare l’elettricità da un coso che balla sulle onde fino a terra serve un cavo che segua quel movimento senza rompersi. Il cavo appena installato da Orient Cable serve esattamente a questo: sopporta onde oltre i 20 metri, torsioni continue, sbalzi di temperatura, e deve farlo per un quarto di secolo. Non è un prototipo da laboratorio: è un componente commerciale, progettato per funzionare in condizioni reali e per rendere l’eolico galleggiante una risorsa affidabile, non un esperimento.

La vera sorpresa, però, non è solo la taglia o la resistenza del cavo. È quello che sta succedendo ai costi.

Triplicare la potenza, dimezzare i costi

Il Sanxia Linghang non nasce dal nulla. Già nel 2021, lo stesso committente – China Three Gorges – aveva messo in acqua una piattaforma galleggiante più piccola, la Sanxia Yinling. Rispetto a quel primo modello, la nuova unità ha una capacità quasi tripla. Fin qui, niente di strano: si costruiscono turbine più grandi e si produce più energia. Quello che fa drizzare le antenne è l’altro numero: il costo per kilowatt installato, lo scorso maggio, risultava ridotto di oltre il 50 per cento. In poco più di quattro anni, il prezzo per unità di potenza si è più che dimezzato. Non è un miglioramento marginale, è un crollo. Significa che ogni euro speso oggi compra il doppio della capacità rispetto a pochi anni fa. Messo in bolletta: se il costo per produrre un kilowattora dall’eolico galleggiante si avvicina a quello delle fonti tradizionali, la domanda “ma ne vale la pena?” cambia completamente segno. Non è più una scommessa ideologica, è un calcolo economico.

Come ci si arriva, a un taglio del genere? In parte con l’esperienza: più piattaforme costruisci, più impari a farlo spendendo meno. In parte con la dimensione: una turbina da 16 MW produce molta più energia di una da 5 MW, ma non costa il triplo. Il cavo, l’installazione, la manutenzione: sono costi che crescono meno che proporzionalmente rispetto alla potenza. E poi c’è la concorrenza. In Cina, aziende come Mingyang Smart Energy avevano già installato una piattaforma galleggiante da 16,6 MW nel 2024 al parco eolico di Qingzhou IV, sempre nella zona di Yangjiang. L’effetto è quello che si vede in qualsiasi mercato maturo: più operatori, più competizione, prezzi che scendono.

E mentre i costi scendono, in Cina si guarda già al prossimo salto: turbine ancora più grandi, con rotori che sfidano i limiti dell’ingegneria.

La febbre per i maxi-rotori

A trainare la discesa dei costi è anche una corsa alle turbine giganti che ha pochi precedenti. CRRC, il colosso cinese dei treni che si è messo a costruire pale eoliche, l’anno scorso ha installato nello Shandong il prototipo Qihang da 20 MW per i test. Non è un rendering: è una macchina vera, in acqua, che gira. Mingyang Smart Energy, dal canto suo, ha già annunciato nell’ottobre 2025 l’intenzione di sviluppare una turbina eolica galleggiante da 50 MW, con un design a doppia testa ispirato alla loro piattaforma Ocean-X. Sembra fantascienza, ma se nel 2021 si parlava di 5-6 MW come traguardo e nel 2026 siamo a 16 MW con costi dimezzati, i 50 MW non sono così inverosimili come potrebbero apparire. Il paradosso è che turbine sempre più grandi significano meno macchine in acqua a parità di energia prodotta, meno cavi, meno manutenzione: ancora costi che scendono. La direzione è chiara, ed è una direzione in cui la convenienza economica smette di essere un auspicio e comincia a diventare un dato di fatto.

Per noi, cosa cambia? Cambia che quando un italiano o un’impresa europea guarda alla bolletta e si chiede se abbia senso spingere sull’eolico in mare, la risposta non sta più solo nei sussidi o negli obiettivi climatici. Sta nei numeri. Se il costo per kilowatt continua a scendere a questo ritmo, costruire pale galleggianti al largo della Sicilia o della Sardegna – dove il fondale è profondo e il vento è forte – non sarà una bandierina verde, ma un investimento con un ritorno misurabile in anni, non in decenni. La Cina, in questo momento, è un laboratorio a cielo aperto: sta testando la tecnologia, sta facendo scala, sta abbattendo i prezzi. Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, seguire quella strada non è una questione ideologica: è una scelta che conviene, e i conti cominciano a tornare. La prossima volta che arriva la bolletta, forse vale la pena ricordarsi di quel cavo posato ieri in fondo al mare.