MaresConnect da 750 MW attende regole chiare: 120 GW di rinnovabili rischiano di restare senza rete entro il 2030.

Lo scorso marzo, Christopher Walker scriveva su IPE Real Assets che l’Unione europea doveva aprire interconnettori e reti energetiche agli investitori. Pochi mesi dopo, la fotografia era già diversa: entro la metà del 2026 le code di connessione alla rete erano presenti in almeno 16 paesi dell’UE, e circa 120 GW di progetti rinnovabili maturi rischiano di non ottenere accesso tempestivo alla rete entro il 2030. Il messaggio era chiaro. La realtà lo è altrettanto: i capitali privati sono considerati necessari, ma restano fuori.

MaresConnect: il cavo che aspetta

Dietro quei numeri c’è un caso concreto. MaresConnect è un interconnettore elettrico proposto da 750MW che collega le reti di trasmissione irlandese e britannica e consente il trasferimento di elettricità in entrambe le direzioni tra Irlanda e Galles. A marzo, un investitore del progetto chiedeva quadri normativi chiari per aiutare l’Europa a raggiungere i suoi obiettivi. Non chiedeva sussidi: chiedeva regole.

Già nel maggio 2022, Richard Thompson spiegava che gli eventi geopolitici di allora avevano reso più convincente il caso economico e sociale per un aumento dell’interconnessione: più sicurezza energetica europea, prezzi dell’elettricità più bassi per i consumatori, più rinnovabili nel sistema. Il denaro era pronto. Il blocco non è la mancanza di denaro: è la mancanza di regole. E i numeri lo dimostrano.

I colli di bottiglia non sono tecnici, sono di governance

Secondo la Commissione europea, le cause sono strutturali: lacune nella pianificazione, mancanza di trasparenza sulla capacità, procedure di connessione che non tengono conto della maturità dei progetti. Non sono problemi di cavi che non si possono posare. Sono problemi di governance: chi decide, con quali informazioni, in quale ordine.

I numeri raccontano l’effetto. Entro la metà del 2026, le code di connessione alla rete erano presenti in almeno 16 paesi dell’UE. E circa 120 GW di progetti rinnovabili maturi — inclusi 1,5 milioni di installazioni domestiche — rischiano di non ottenere un accesso tempestivo alla rete entro il 2030. È il cortocircuito della transizione: l’energia pulita è pronta, i cavi non arrivano.

L’elenco della Commissione è importante, ma non è un atto vincolante. Identifica le cause, non le rimuove. Finché la pianificazione resta lacunosa e le procedure di connessione non distinguono un progetto maturo da uno che esiste solo sulla carta, la coda resta una coda. E chi ha progetti pronti finisce in fondo alla fila, dietro a chi ha solo presentato domanda. Eppure, dall’altra parte della Manica esiste già un modello che ha convinto i fondi pensione a investire nei cavi.

Il modello britannico e la domanda che resta aperta

Come nota Clifford Chance, è la Gran Bretagna, tramite il cap-and-floor e il regime OFTO di Ofgem, ad aver introdotto meccanismi per incoraggiare investimenti privati nelle infrastrutture di trasmissione transfrontaliere: così sono nati progetti come MaresConnect, Greenlink e NeuConnect. Il regime OFTO ha attirato con costanza fondi pensione e fondi infrastrutturali verso gli asset di rete.

La prova è Greenlink, finanziato privatamente e completato sotto il regime Cap & Floor del Regno Unito e dell’Irlanda. Quando le regole sono chiare e i rendimenti prevedibili, i capitali non vanno convinti con i discorsi: entrano da soli.

Il paradosso è servito: capitali pronti, reti bloccate, modelli funzionanti altrove. Resta una domanda.

Cosa succede ora a chi ha progetti pronti e capitali in attesa? La risposta non è tecnica, è politica: o Bruxelles adotta regole che rendono le reti investibili, o i 120 GW resteranno sulla carta.