La domanda globale cresce rapidamente e la produzione non riesce a stare al passo, con consegne fino a quattro anni

Immaginate un’azienda che ha deciso di coprire il tetto del capannone di pannelli fotovoltaici, o un comune che aspetta il parco eolico annunciato da tempo. I pannelli si trovano, le pale pure, i soldi a volte sono già stanziati. Eppure arriva la risposta che nessuno vuole sentire: bisogna aspettare. Se l’impianto c’è, che cosa manca? Spesso un oggetto che quasi nessuno ha mai guardato con attenzione: un grosso cassone metallico, pesante e anonimo, chiamato trasformatore. Lo ha raccontato un servizio video pubblicato da DW all’inizio di ottobre: secondo l’emittente tedesca, una carenza globale di trasformatori sta diventando una delle sfide principali per la transizione energetica, per l’espansione delle reti elettriche e per il settore dei data center, che sta crescendo molto in fretta.

Il pezzo che manca tra il pannello e la presa

Per capire perché un trasformatore conti così tanto basta pensare a cosa fa: è il componente che adatta la tensione dell’elettricità per farla viaggiare sulle linee e poi arrivare, in forma utilizzabile, a case e fabbriche. Senza, un impianto da rinnovabili può essere perfettamente funzionante e restare comunque scollegato dalla rete. Il problema, quindi, spesso non è l’impianto in sé, ma ciò che lo collega al resto del sistema.

La domanda di questi apparecchi, spiega DW, sta salendo rapidamente perché molti paesi stanno elettrificando i trasporti, aumentando la capacità installata di energia rinnovabile e investendo miliardi in infrastrutture elettriche moderne. Più auto elettriche, più impianti solari ed eolici, più data center: tutto passa da lì. I produttori non stanno a guardare: aziende come Siemens Energy stanno aumentando la produzione. E allora perché i tempi di consegna, invece di accorciarsi,
si sono allungati in modo così marcato?

Quattro anni d’attesa, prezzi su del 75%

La risposta, in sintesi, è che la corsa agli ordini è mondiale e la capacità produttiva non riesce a starle dietro. Secondo DW, i tempi di consegna si sono dilatati proprio perché gli ordini sono esplosi ovunque nello stesso momento. I numeri più chiari arrivano da un sondaggio dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA) sulle infrastrutture di trasmissione: per acquistare i cavi servono due o tre anni, mentre per i grandi trasformatori di potenza si arriva fino a quattro anni, il doppio rispetto al 2021.

Poi ci sono i prezzi. Sempre secondo l’IEA, in termini reali, cioè al netto dell’inflazione, il costo dei cavi è quasi raddoppiato dal 2019, mentre quello dei trasformatori di potenza è cresciuto di circa il 75%. Tradotto: costruire o potenziare una rete costa molto di più di qualche anno fa, e richiede molto più tempo. Sono costi che non restano confinati nei bilanci dei gestori di rete, perché l’infrastruttura elettrica viene pagata, in un modo o nell’altro, da chi l’elettricità la usa.

Le conseguenze sui progetti rinnovabili sono concrete. In un comunicato della stessa Siemens Energy si citano studi secondo cui circa il 25% dei progetti rinnovabili nel mondo è a rischio a causa dei lunghi tempi di consegna dei trasformatori, dei colli di bottiglia nelle catene di fornitura e della scarsa produzione globale. Uno su quattro. Non è un caso isolato, quindi, ma una quota che pesa sugli obiettivi di chiunque punti su sole e vento. Non a caso, riferisce DW, gli esperti del settore avvertono che la carenza potrebbe rallentare la diffusione di eolico e solare, mentre la competizione per accaparrarsi le apparecchiature fondamentali sta ridisegnando le catene di approvvigionamento globali. Resta da capire chi li produce, questi oggetti, e dove.

Chi tiene in mano la rete degli altri

Qui il discorso si sposta dalla fabbrica alla geopolitica. Secondo l’International Energy Agency, la Cina controlla circa il 60 percento della capacità produttiva globale di trasformatori. Dall’altra parte c’è l’esempio degli Stati Uniti: secondo il comunicato di Siemens Energy, solo il 20% della domanda americana di grandi trasformatori di potenza è coperta da produzione interna, con tempi di consegna che arrivano fino a cinque anni. È un contrasto evidente: una parte consistente della transizione energetica occidentale dipende da componenti prodotti in larga misura altrove.

Le aziende occidentali, racconta DW, stanno correndo per ampliare la propria capacità produttiva. La domanda aperta, come la pone la stessa emittente, è se l’offerta riuscirà a tenere il passo con la domanda nei prossimi anni. Aumentare la produzione di apparecchi così grandi e complessi non è questione di settimane, e nel frattempo gli ordini continuano ad arrivare da ogni parte del mondo.

Cosa significa tutto questo per chi non progetta reti elettriche? Per i grandi impianti, quelli che hanno bisogno di nuove connessioni o di potenziamenti della rete, è ragionevole aspettarsi tempi di allaccio più lunghi del previsto. Per tutti, i costi crescenti dell’infrastruttura sono una voce che prima o poi si fa sentire. Va detto con onestà: non ogni impianto si scontra con questo problema, e un piccolo fotovoltaico domestico ha esigenze molto diverse da un parco eolico. Ma più l’investimento è grande, più il nodo della connessione rischia di diventare quello decisivo.

La transizione, insomma, non rallenta per mancanza di sole o di vento, ma per l’assenza di componenti poco visibili. Chi pianifica un impianto, l’elettrificazione di un’azienda o un investimento energetico di una certa dimensione farebbe bene a ragionare in anni, non in mesi, e a chiedere tempi certi di connessione prima di firmare qualunque cosa. La domanda sull’allaccio, in altre parole, viene prima di quella sul prezzo dei pannelli.