Studio: su 43 mercati il solare a tracker è il più economico in 43 dei 48 modellati.

Chiunque abbia discusso di fotovoltaico, in condominio o davanti al preventivo di un installatore, ha sentito almeno una volta questa obiezione: «Bello il solare, ma quando il sole tramonta chi accende la luce? Il gas». È un dubbio sensato, e non va preso in giro: i pannelli di notte non producono, e qualcosa deve pur coprire le ore serali. Ma se la domanda diventa quale sia il modo più economico di coprire quelle ore, i numeri pubblicati a inizio ottobre raccontano un’altra storia. Secondo l’analisi diffusa da Wood Mackenzie lo scorso 8 ottobre, lo storage a batteria da quattro ore costa ormai meno delle turbine a gas a ciclo aperto in tutti i 43 mercati in cui le due tecnologie sono state messe a confronto.

La riserva più economica non è più il gas

Per capire perché il dato conta, serve un minimo di contesto. Le turbine a gas a ciclo aperto sono gli impianti che i gestori delle reti accendono quando la domanda sale e serve energia in fretta, per esempio la sera, quando il solare cala e le case si riempiono di luci, forni e televisori. Sono, in sostanza, la “riserva” a cui pensa chi dice che di notte serve il gas. Una batteria da quattro ore fa un lavoro simile: accumula l’energia prodotta durante il giorno e la restituisce nelle ore in cui serve. Nel confronto diretto dei costi, stando a Wood Mackenzie, la batteria vince in ogni mercato in cui è stata messa alla prova. Non nella maggioranza: in tutti e 43.

Il secondo risultato riguarda la produzione, non l’accumulo. Il solare con tracker a singolo asse, cioè con pannelli montati su strutture che ruotano per seguire il sole durante la giornata, risulta la tecnologia di nuova costruzione a costo più basso in 43 dei 48 mercati modellati. Messe insieme, le due informazioni rispondono proprio all’obiezione di partenza: il sole produce di giorno al prezzo più basso, la batteria sposta quell’energia alla sera a un costo inferiore a quello della riserva a gas.

C’è poi un terzo elemento, che dice molto su dove si stia spingendo la concorrenza. La Cina resta il punto di riferimento globale per i costi dello storage, con un costo livellato dell’energia (l’LCOE, cioè il costo medio di ogni megawattora prodotto lungo la vita dell’impianto) oltre il 55% più basso della media del resto dell’Asia Pacifico. Se il sorpasso sul gas è così netto, viene naturale chiedersi come sia potuto accadere in così poco tempo.

Un crollo costruito in un anno

Per rispondere bisogna fare un passo indietro al 2025. Secondo i dati raccolti da BloombergNEF, l’anno scorso il costo di riferimento globale per un progetto di batteria da quattro ore è sceso del 27% rispetto all’anno precedente, fino a 78 dollari per megawattora: il valore più basso da quando BNEF ha cominciato a seguire questi costi, nel 2009. È un po’ come quello che è successo con gli schermi piatti o con i telefoni: quando la produzione cresce e i produttori si fanno concorrenza,
i prezzi scendono più in fretta di quanto chiunque si aspettasse.

Le ragioni indicate da BNEF sono tre, e piuttosto concrete: celle e pacchi batteria più economici, maggiore concorrenza tra i produttori e sistemi progettati meglio. Non si tratta di previsioni né di prototipi: sempre nel 2025 gli sviluppatori hanno aggiunto 87 gigawatt di impianti che combinano solare e accumulo, producendo energia a un costo medio di 57 dollari per megawattora. È capacità già costruita e in funzione, non una promessa sulla carta.

Cosa aspettarsi da qui al 2035

La domanda pratica, a questo punto, è se il calo continuerà o se siamo vicini al pavimento. Le previsioni indicano che c’è ancora margine. Secondo Wood Mackenzie, il costo dello storage da quattro ore dovrebbe scendere di un ulteriore 33% entro il 2035, arrivando a 80 dollari per megawattora. Un’avvertenza per chi ha buona memoria per i numeri: questo valore e i 78 dollari del 2025 citati da BNEF vengono da analisi diverse e misurano cose diverse, quindi non vanno messi uno accanto all’altro come se si contraddicessero. Ciò che conta è la direzione, e in entrambi i casi è al ribasso.

Lo stesso vale per la produzione. In America Latina, sempre secondo Wood Mackenzie, il fotovoltaico con tracker a singolo asse resta nel 2026 la tecnologia di generazione meno costosa, con costi medi attesi in calo del 38% entro il 2060. Ha senso, allora, aspettare che i prezzi scendano ancora prima di prendere in considerazione l’accumulo? Dipende dalla situazione di ciascuno, ma il quadro generale è già abbastanza chiaro da non dover più trattare la batteria come una scommessa sul futuro.

Va detto con onestà cosa questi dati non dicono. Sono analisi sui costi di costruzione e produzione di nuovi impianti, a scala di sistema elettrico: non quantificano quanto cambierà la bolletta di una famiglia o di un’impresa, né garantiscono che ogni singolo progetto convenga. Restano però un criterio utile. La prossima volta che qualcuno propone il gas come riserva “più economica”, in una riunione di condominio, in un piano energetico aziendale o in un dibattito pubblico, si può chiedere di vedere i costi reali invece di accettare l’argomento come scontato. Non serve essere contro il gas per principio: basta sapere che, nei mercati analizzati, sole e batterie insieme sono già l’opzione meno costosa, e che le previsioni indicano un ulteriore calo.