L’accordo da 240 MWh tra il fondo americano Nuveen e il colosso cinese Sungrow anticipa i tempi della politica italiana

Tra pochi mesi, nel Viterbese, inizieranno ad arrivare i container con le batterie di Sungrow. Non per un decreto ministeriale, non per un’asta del GSE: l’ordine da 240 MWh porta la firma di un fondo americano. È il Clean Energy Fund III di Nuveen Infrastructure — la cassaforte che controlla BNZ, il produttore indipendente che ha messo in pipeline quasi 1 GWh di stoccaggio in otto progetti italiani, concentrati tra Lazio, Sicilia e Puglia. I lavori per le prime installazioni, secondo quanto comunicato da BNZ, partiranno già quest’anno. Mentre a Roma si discute ancora di meccanismi e regolamenti, i container cinesi sono in viaggio.

Il dato è reale. Ma racconta solo una parte della storia. L’Italia dello stoccaggio non sta nascendo per iniziativa pubblica: sta prendendo forma nei portafogli dei fondi infrastrutturali. È un paradosso che ha il sapore amaro di un copione già visto — le rinnovabili crescono, ma chi decide dove e quando non è lo Stato. Sono i capitali privati. E i capitali privati scelgono in base ai rendimenti.

Il business invisibile

Dietro l’annuncio dell’accordo tra BNZ e Sungrow c’è una macchina finanziaria che parte da lontano. Lo scorso 18 marzo 2025, BNZ aveva già inaugurato tre impianti fotovoltaici nel Lazio per un totale di 135 MW. Un investimento di circa 150 milioni di euro e circa 200 posti di lavoro diretti e indiretti creati. All’epoca i riflettori erano puntati sui pannelli. Ma era solo il primo atto.

Ora il secondo atto prende forma con le batterie. L’accordo quadro globale tra Sungrow e Nuveen Infrastructure — la società madre di BNZ — ha generato l’ordine da 240 MWh per i progetti nel Viterbese. Non è un dettaglio: significa che la decisione non è passata per una valutazione progetto per progetto, ma attraverso una relazione finanziaria già strutturata tra il fornitore cinese e il gestore del fondo americano. La transizione energetica italiana diventa un affare che si negozia tra New York e Hefei.

BNZ non è una startup. È un produttore indipendente di energia con oltre 2 GW di investimenti tra Spagna, Italia e Portogallo. E sta sviluppando 530 MW di capacità di stoccaggio a batteria in tutta Europa, all’interno di un portafoglio complessivo di 850 MW. Numeri che raccontano di una strategia pensata per scalare, non per sperimentare. I vincitori di questa corsa hanno già nomi e cognomi: Nuveen raccoglie i capitali, Sungrow fornisce la tecnologia, BNZ costruisce e gestisce. La filiera è chiusa. E i 200 posti di lavoro creati nel Lazio — per quanto reali — restano l’unica ricaduta tangibile per il territorio, mentre il valore della transizione scorre altrove.

Il futuro a singhiozzo

Quel che è certo è che i 530 MW di batterie che BNZ sta sviluppando in Europa, e il quasi 1 GWh previsto in Italia da qui al 2026, non si fermeranno. I cantieri sono già aperti o in apertura. Ma la geografia di questi investimenti rivela una mappa spaccata: Lazio, Sicilia, Puglia. Tre regioni che vedranno sorgere sistemi di accumulo finanziati da fondi infrastrutturali. E il resto del Paese?

La domanda non è retorica. Lo stoccaggio è il collo di bottiglia della transizione italiana. Senza batterie, l’energia rinnovabile prodotta in eccesso viene sprecata o venduta a prezzi stracciati. Con le batterie, si può immagazzinare e rivendere quando i prezzi salgono. È un meccanismo che genera margini interessanti — per chi ha i capitali per entrare. Ma se lo sviluppo dello stoccaggio resta nelle mani di pochi grandi fondi, il rischio è che le aree a minore rendita restino scoperte. E che l’Italia si ritrovi con regioni-elettriche e regioni al buio, non per mancanza di sole o vento, ma per assenza di investitori disposti a scommetterci.

A guardare la cronologia, l’inerzia pubblica è imbarazzante. L’ordine di Viterbo è stato annunciato lo scorso 21 luglio. Le batterie arriveranno nei prossimi mesi. Il quadro regolatorio italiano sullo stoccaggio, intanto, procede a singhiozzo, tra consultazioni e rinvii. Il risultato è che mentre le istituzioni discutono, i fondi agiscono. E agiscono dove conviene, non dove serve.

Basteranno questi capitali privati a colmare il ritardo strutturale dello stoccaggio italiano? La risposta, per ora, è no. I fondi coprono i progetti che generano rendimenti. Non fanno politica industriale né coesione territoriale. La politica, dal canto suo, osserva. E intanto i container di Sungrow arrivano a Viterbo — non per decreto, ma per contratto.