L’Ue punta a 178 gigawatt di batterie entro il 2030, ma oggi ne ha solo 37
La pioggia di miliardi sulle batterie europee
L’Europa ha bisogno di 178 gigawatt di batterie entro il 2030 per tenere accese le luci senza gas. Ma a che punto siamo? Gli annunci di questi giorni raccontano una corsa in accelerazione, ma i numeri dicono che la strada è ancora in salita. Secondo un report di POWER magazine, gli ultimi investimenti nelle batterie in Europa confermano un’accelerazione. Il mese scorso ABB ha annunciato un investimento da 200 milioni di dollari per espandere la produzione di tecnologie a media tensione per la distribuzione elettrica, di cui 100 milioni destinati all’Italia. Ieri la israeliana Nofar Energy ha ufficializzato il piano per installare 280 MW per 860 MWh di accumulo in due parchi solari in Romania, un progetto da oltre 93 milioni di dollari. Sempre a maggio la svedese Repono AB ha siglato una partnership con Gunvor Group e l’austriaca enspired GmbH per un sistema BESS da 202 MW e 404 MWh, ancora in Romania. E sempre ieri la francese Neoen ha avviato i lavori per il progetto Pasian di Prato in Friuli-Venezia Giulia: 25 MW e 100 MWh di batterie. A questi si aggiungono le mosse di Green Capital e Prime Capital, che hanno unito le forze per sviluppare un portafoglio di sistemi di accumulo in Polonia.
La domanda, a questo punto, è una sola: questi numeri sono all’altezza della sfida?
Obiettivo 2030: i conti non tornano
Per rispondere bisogna guardare i target europei. L’obiettivo 178 GW di batterie al 2030 implica più che quadruplicare la flotta installata nell’Unione, che nel 2025 si aggirava attorno ai 37 GW. Non si tratta solo di costruire impianti, ma di integrare una quantità di capacità che oggi non esiste, in un sistema di rete pensato per fonti programmabili. Gli annunci di queste settimane valgono qualche centinaio di milioni, qualche centinaio di megawatt. Servirebbero decine di miliardi e decine di gigawatt all’anno per colmare il divario.
Il paradosso è noto: entro il 2030 le batterie utility‑scale potrebbero offrire flessibilità a breve termine a costi inferiori del 20% rispetto ai nuovi impianti a gas di picco. Ma quel risparmio resta una proiezione, legata a economie di scala e a un quadro regolatorio che stenta a consolidarsi. Non basta sapere che le batterie costeranno meno: bisogna autorizzarle, finanziarle e connetterle alla rete. E su questo il cronoprogramma scricchiola.
Uno strumento per provare a mettere ordine c’è. Lo scorso luglio 2025 l’Agenzia per la cooperazione fra i regolatori nazionali dell’energia (ACER) ha approvato una metodologia unificata per la flessibilità, pensata per valutare in modo omogeneo i fabbisogni nazionali di flessibilità elettrica. Sulla carta è un passo avanti: per la prima volta l’Europa adotta un linguaggio comune per dire quanta capacità flessibile serve e dove. Nella pratica, la metodologia di ACER è solo un foglio di calcolo se i governi non la usano per sbloccare investimenti veri. E qui tornano i numeri: 37 GW installati contro 178 GW promessi, con un costo del capitale che sale ogni semestre che passa.
Il gas è morto? Lunga vita al gas?
La risposta è in bilico tra promesse e realtà. Le batterie e l’uso intelligente della crescente flotta di veicoli elettrici e pompe di calore diventeranno un’alternativa al gas per il bilanciamento della rete. Ma il condizionale è d’obbligo: “diventeranno” non significa “sono già”. Oggi, quando il sole cala e il vento tace, i gestori di rete chiamano ancora le centrali a gas. Se la capacità in accumulo non cresce abbastanza in fretta, quella chiamata continuerà a lungo.
Per i cittadini e le imprese che oggi puntano sulle batterie — installando sistemi di accumulo domestici o finanziando impianti industriali — la scommessa è doppia: da un lato possono beneficiare di una tecnologia i cui costi scendono, dall’altro rischiano di trovarsi in un mercato dove il gas resta il backstop di convenienza, rallentando i segnali di prezzo che renderebbero l’accumulo ancora più competitivo. È il circolo vizioso di ogni transizione: senza accumulo si usa gas, senza un prezzo del gas che spinga a uscire dal gas l’accumulo fatica a decollare.
Intanto la partita è aperta. Gli investimenti ci sono, i target sono scritti, la metodologia di ACER offre una mappa. Ma il cronometro corre e la distanza tra gli annunci e i gigawatt installati resta ampia. Chi resterà indietro non è ancora deciso, ma il gas, almeno per ora, non ha alcuna intenzione di dichiararsi morto.




