Il divario con la Spagna e il nodo delle autorizzazioni in Emilia-Romagna

Hai presente la bolletta di luglio, quella che arriva mentre fuori ci sono 38 gradi e il condizionatore gira a palla? La apri e trovi un prezzo dell’energia che in Italia, nella settimana appena conclusa, ha viaggiato in media a 134,85 €/MWh. In Spagna, con lo stesso sole e temperature simili, la stessa settimana si è chiusa a 63,20 €/MWh. Più del doppio, per una ragione che non sta solo nei costi del gas: sta in cosa fai tu, cittadino, con l’elettricità che produci quando il sole picchia più forte. E proprio venerdì 4 luglio l’Italia ha toccato un record produttivo con 164 GWh di solare. Peccato che senza batterie, quel picco finisca per valere poco in bolletta.

Il punto è tutto qui. Mentre i numeri raccontano una distanza enorme tra quello che potremmo pagare e quello che paghiamo davvero, la politica regionale si incaglia in un copione già visto. Il divario è fotografato da un monitoraggio del mercato elettrico europeo che confronta le medie settimanali di diversi Paesi.

In Emilia-Romagna, il 6 luglio il vicepresidente Vincenzo Colla ha fatto un’informativa in Commissione politiche economiche per spiegare come evolve il fotovoltaico in regione. I numeri di partenza sono modesti: l’energia prodotta da fonti rinnovabili è ferma al 14%. Nonostante siano stati stanziati 790 milioni di euro tra il 2021 e il 2025 per la decarbonizzazione. La Giunta lo dice senza giri di parole: per raggiungere gli obiettivi al 2030 i tetti non bastano, bisogna puntare su grandi impianti a terra. Il centrodestra ha giudicato insufficienti i risultati raggiunti, e da Fratelli d’Italia sono arrivati rilievi pesanti. Priamo Bocchi ha attaccato dicendo che chi oggi invoca i grandi impianti fino a ieri sosteneva l’opposto. Fausto Gianella ha chiesto se anche i pannelli sull’acqua fanno aumentare la temperatura dell’ambiente circostante. Annalisa Arletti ha messo il dito sulla piaga vera: gli obiettivi crescono, ma la capacità di ottenere le autorizzazioni no.

Tutto questo avviene dentro un dibattito ancora aperto tra autoconsumo di prossimità e impianti di grande scala.

E qui arriva il passaggio che nessuno in Commissione ha nominato: la rivoluzione che puoi attaccare a una presa di casa. Octopus Energy ha appena presentato la nuova gamma di batterie domestiche plug-in chiamata Nook. Il modello più piccolo, Nook Cube, è un pacco batteria da 2 kWh che si collega direttamente a una normale presa di corrente. Non servono tecnici, non serve chiedere permessi, non serve neanche avere il fotovoltaico sul tetto – anche se entrambi i modelli Nook sono compatibili con gli impianti solari esistenti. La logica è elementare: compri energia quando costa poco, la conservi, la usi quando il prezzo sale. Con un’elettricità che in Italia balla tra gli oltre 130 €/MWh di una settimana moscia e i picchi delle ore serali, il vantaggio non è teorico.

Perché l’accumulo domestico cambia i conti, subito

Prendiamo il caso più semplice: una famiglia con un contratto a prezzo variabile. Il Nook Cube – dopo il lancio nel Regno Unito, la gamma arriverà in Germania, Francia, Italia e Spagna – può essere programmato per caricarsi nelle ore in cui il prezzo all’ingrosso è più basso, tipicamente di giorno quando il fotovoltaico spinge la produzione. Poi restituisce l’energia la sera, quando la domanda sale e il costo per il cliente finale schizza. Senza impianto fotovoltaico, oggi, il risparmio si gioca tutto sulla differenza tra fasce orarie: con gli spread attuali del mercato italiano, si possono tagliare 100-200 euro all’anno. Con un impianto solare sul tetto, il discorso diventa molto più interessante: l’energia che produci e non consumi subito, invece di essere immessa in rete a un prezzo di vendita basso, resta nel box e ti serve per la cena.

Gli anni di rientro? Tre o quattro, se consideriamo un costo stimato attorno ai 600-800 euro per dispositivo.

Marco Mastacchi (Rete Civica) in Commissione ha posto il dilemma come un aut-aut: permettere grandi impianti o microinterventi. È un falso dilemma, e lo dimostra proprio il prodotto di Octopus: non serve scegliere tra la grande taglia e il fai-da-te, perché il fai-da-te funziona già oggi, mentre il grande impianto è ancora bloccato tra autorizzazioni, comitati del no e discussioni sull’effetto isola di calore. Lorenzo Casadei (M5S) ha ricordato che in assenza di un piano nazionale bisogna darsi una rotta, e che la tecnologia aiuterà. Paolo Burani (Alleanza Verdi e Sinistra) ha detto che col 14% di rinnovabili il ritmo va accelerato ed è necessaria una concertazione sui grandi impianti, oltre a un prezzo regionale dell’energia.

Ma il prezzo regionale non lo decide Bologna. Lo decide la possibilità, per migliaia di famiglie, di scollegarsi mentalmente – e un po’ anche fisicamente – dalle oscillazioni di un mercato che questa settimana ha regalato alla Spagna la metà del costo italiano.

La politica non se n’è accorta, e forse è meglio così

Nell’informativa del 6 luglio non è stata spesa una parola sull’accumulo domestico plug-in. Eppure è la prima volta che un sistema del genere, pensato per il grande pubblico, sta per atterrare sul mercato italiano con il marchio di un operatore energetico già presente nel Paese. Quando i dispositivi Nook arriveranno in Italia, nei mesi successivi all’esordio britannico, chiunque potrà fare in casa propria ciò che la Regione cerca di ottenere con bandi, pianificazioni e grandi opere: ridurre il costo dell’energia e sfruttare il sole finché c’è.

Non sto dicendo che le batterie da 2 kWh risolvano da sole il problema di una regione che deve coprire il restante 86% del fabbisogno energetico. Sto dicendo che il percorso più realistico per avvicinarsi a quell’obiettivo non passa solo da nuove pale eoliche e campi fotovoltaici: passa dal ridurre la domanda di rete nelle ore più critiche, e questo lo puoi fare solo distribuendo la capacità di accumulo dove il consumo avviene. La Spagna ha un prezzo di 63 €/MWh non solo perché ha più rinnovabili, ma perché ha investito in sistemi di flessibilità della domanda. Il Nook Cube è esattamente questo, portato dentro un garage.

Conviene a tutti? No, onestamente no

Se vivi in un appartamento in affitto, con i consumi concentrati nella sera e nessuna prospettiva di installare fotovoltaico, il gioco potrebbe non valere la candela. Il risparmio su un prezzo variabile c’è, ma senza un solare dedicato il rientro dell’investimento è più lento – cinque anni o più, a seconda di quanto il gestore energetico riuscirà a ottimizzare il ciclo di carica-scarica per te. In questi casi conviene aspettare e vedere se Octopus o altri operatori proporranno pacchetti con canone mensile, dove il dispositivo è dato in comodato e il risparmio è condiviso.

Se invece hai una villetta, una piccola impresa o un capannone artigianale con un tetto già coperto di pannelli, la Nook Cube può accorciare di colpo il tempo di ritorno dell’impianto fotovoltaico, perché aumenta la quota di autoconsumo dal 30-40% attuale fino a oltre il 70%. Il meccanismo è semplice: l’energia che produci alle 13 e non usi, la ritrovi alle 20 quando il forno sta cuocendo la cena. Oggi quell’energia la regali praticamente alla rete, e la ricompri a prezzo pieno qualche ora dopo. Con una batteria, il differenziale di prezzo tra immissione e prelievo lo trasformi da costo in mancato costo. E qui siamo nell’ordine di 250-350 euro all’anno, a seconda dei consumi.

Quello che sta per succedere non è una rivoluzione energetica calata dall’alto: è la possibilità di mettere un pezzo di soluzione in una presa di casa. Mentre la politica discute se i grandi impianti producano calore o se le autorizzazioni siano un freno sufficiente, la prossima mossa la farà chi compila un ordine online, riceve un pacco e lo attacca al muro.