L’obiettivo Ue di 200 GW entro il 2030 richiede oltre 110 GW aggiuntivi in meno di quattro anni
Centoquarantaquattro virgola sette gigawatt. A fine dicembre 2025, la Cina aveva già installato — solo contando le nuove tecnologie come gli ioni di litio — una capacità di accumulo energetico che si avvicina a quella che l’intera Europa, sommando pompaggi idroelettrici e batterie, punta a raggiungere entro il 2030. Il tasso di crescita, dell’85% su base annua, allontana il traguardo più in fretta di quanto chi rincorre riesca ad accorciare la distanza. È il dato che fa da sfondo al Piano d’azione per l’elettrificazione pubblicato dall’Unione europea lo scorso 17 luglio: Bruxelles fissa l’obiettivo di 200 GW di stoccaggio energetico al 2030 mentre Pechino macina gigawatt a un ritmo che né l’Europa né gli Stati Uniti sono al momento in grado di eguagliare.
La Cina accelera: 144,7 GW e una crescita dell’85%
I numeri cinesi ridefiniscono la scala della competizione. La capacità installata cumulativa di nuovi sistemi di accumulo in Cina ha raggiunto 144,7 GW alla fine del 2025: una crescita dell’85% rispetto all’anno precedente. Per dare un ordine di grandezza, è più del doppio di quanto l’Europa aveva installato in totale nel 2024, considerando tutte le tecnologie, pompaggio idroelettrico incluso. E la traiettoria non accenna a rallentare.
Già nel settembre 2025, la Cina ha alzato l’asticella a 180 GW entro il 2027, con un piano che prevede 250 miliardi di yuan — circa 35 miliardi di dollari — di investimenti in tre anni. Se il target sarà rispettato, Pechino avrà aggiunto in due anni più capacità di accumulo di quanta l’Unione europea conti di costruirne in un decennio. Non è una previsione: è la proiezione lineare di una macchina industriale che sull’accumulo ha già innestato la quinta marcia. La domanda, a questo punto, non è quanto corra la Cina, ma che cosa stia facendo l’Europa mentre il distacco si allarga.
Obiettivo 200 GW per l’Ue: un divario che parte da lontano
Bruxelles ha appena inserito la corsa nell’agenda ufficiale. Il target di 200 GW di stoccaggio energetico è stato incluso nel piano finale per l’elettrificazione pubblicato lo scorso 17 luglio, insieme a un obiettivo di elettrificazione del 46% al 2040. È la prima volta che l’Unione mette un numero sulla capacità di accumulo che intende raggiungere. Il problema è la base di partenza.
Nel 2024, la capacità di stoccaggio europea si fermava a circa 89 GW, in larghissima parte pompaggio idroelettrico, una tecnologia matura ma con margini di espansione limitati dalla geografia e dai tempi autorizzativi. Significa che per arrivare a 200 GW nel 2030 servono oltre 110 GW aggiuntivi in meno di quattro anni — più di quanti l’Europa ne abbia installati in tutti i decenni precedenti messi insieme, escluse le grandi dighe. E va fatto con batterie, sistemi dietro il metro e nuova capacità distribuita: tecnologie che richiedono catene di fornitura, materiali critici e iter autorizzativi che l’Europa non ha ancora messo a regime.
Il contrasto con la Cina è istruttivo proprio per questo. Pechino non ha semplicemente più fabbriche di batterie o costi più bassi: ha un quadro regolatorio che consente di passare dal piano al cantiere in tempi che in Europa non esistono. Non è una questione di ambizione — 200 GW è un obiettivo significativo — ma di velocità di esecuzione. E su quel fronte il cronometro è già partito in salita.
Più di 110 GW in meno di quattro anni: un banco di prova
I prossimi mesi diranno se il piano europeo ha gambe. Il punto non è il target scritto sulla carta — 200 GW al 2030 — ma il tasso di installazione annuo che il continente sarà in grado di registrare già dal 2027. Per arrivare in linea con l’obiettivo, l’Europa dovrebbe installare in media quasi 30 GW all’anno. Un ritmo che nessun mercato europeo ha mai sfiorato singolarmente e che l’intera Unione, oggi, non raggiunge neppure sommando tutti gli Stati membri.
Per fare un paragone: gli Stati Uniti hanno installato 57,6 GWh di nuova capacità di accumulo nel 2025, un dato record se misurato in termini di energia, che però equivale — ipotizzando sistemi con due ore di durata media — a circa 29 GW di potenza. È un parametro imperfetto, perché potenza e capacità energetica sono grandezze diverse e vanno sempre tenute distinte, ma dà la misura dello sforzo: anche il mercato più dinamico d’Occidente ha raggiunto un volume annuo che l’Europa dovrebbe più che replicare ogni anno, con un’industria delle batterie meno sviluppata e una domanda elettrica ancora in fase di elettrificazione.
Il numero chiave dei prossimi mesi, quindi, non è il 200 GW del 2030. È il tasso di installazione annuo che l’Europa sarà in grado di registrare già nel 2027. Se resta sotto la doppia cifra in GW, il divario con la Cina non sarà più solo congiunturale: diventerà strutturale, incastonato nella diversa velocità con cui i due blocchi trasformano gli annunci in gigawatt reali.




