Il piano conta 18 nazioni partner, 76 progetti attivi e 4 miliardi di garanzie pubbliche
Immaginate di essere un piccolo imprenditore del Nordest che produce macchinari per l’agricoltura. Avete sentito dire che in Africa c’è domanda, che alcune aziende italiane stanno già lavorando laggiù. Ma poi pensate ai rischi concreti: pagamenti che si bloccano, burocrazia che non capite, un investimento che può svanire nel nulla. Quello che forse non sapete è che esiste un ombrello pubblico da miliardi di euro pensato per accompagnare proprio voi. Si chiama Piano Mattei, e stando a quanto riportato nella terza relazione annuale trasmessa al Parlamento la scorsa settimana, non è soltanto un annuncio.
I numeri che contano
I numeri, del resto, iniziano a pesare. Il Piano oggi conta 18 Nazioni partner: si è allargato lo scorso marzo con l’ingresso di Gabon, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda e Zambia, partendo dalle 9 iniziali di gennaio 2024 e passando per le 14 di gennaio 2025. In tutto sono 76 i progetti in corso. Non studi di fattibilità: progetti attivi.
Poi ci sono i soldi veri. Secondo il Comitato Tecnico del Fondo Italiano per il Clima, sono stati deliberati circa 1,2 miliardi di euro per 15 interventi in Africa, di cui 936,7 milioni solo nell’ultimo anno, tra luglio 2025 e giugno 2026. E, stando ai dati di SACE, le garanzie già concesse a sostegno di investimenti nelle nazioni del Piano ammontano a 4 miliardi di euro. Garanzie pubbliche, che servono a rassicurare le banche quando un’impresa italiana chiede un finanziamento per aprire uno stabilimento in Costa d’Avorio o per esportare tecnologia in Kenya: non un sussidio a fondo perduto, ma un paracadute che abbassa il costo del credito trasformando il rischio-paese in qualcosa di gestibile.
Infine, un fatto simbolico ma non banale: lo scorso 13 febbraio, per la prima volta nella storia, il Vertice Italia-Africa si è tenuto in territorio africano, ad Addis Abeba, con 35 delegazioni a livello di Capi di Stato e di Governo. Non è solo diplomazia: è il segnale che il baricentro si è spostato, e che Roma non può più permettersi di convocare i partner africani senza muoversi da casa.
Da Mattei alla Cina: perché l’Africa è strategica
Il Piano porta il nome di un uomo che aveva capito tutto più di settant’anni fa. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, Enrico Mattei — fondatore dell’Eni — costruì un approccio fondato sul partenariato con le nazioni africane, offrendo condizioni migliori rispetto alle altre compagnie petrolifere occidentali. L’obiettivo immediato era garantire all’Italia risorse energetiche, ma la via scelta fu quella della collaborazione paritaria, non dello sfruttamento coloniale. Oggi quella stessa logica — interesse nazionale attraverso sviluppo condiviso — guida il Piano che porta il suo nome.
La differenza, rispetto agli anni Cinquanta, è che adesso la competizione è spietata e affollata. La Cina, con la Belt and Road Initiative, ha raggiunto in Africa 61,2 miliardi di dollari di investimenti nel 2025, con un balzo del 283 per cento, come documentato da analisi indipendenti sull’iniziativa. Numeri che fanno impallidire qualsiasi bilancio italiano. E nemmeno l’Unione Europea sta a guardare: tra il 2023 e il 2025 ha adottato 138 progetti faro nell’ambito del Global Gateway, il programma infrastrutturale con cui Bruxelles compete in Africa. In questo scacchiere l’Italia non gioca la partita dei giganti: gioca quella degli strumenti mirati.
Uno di questi è la conversione del debito. L’Italia ha in corso la trasformazione di 235 milioni di euro di crediti in progetti infrastrutturali e di sviluppo in Africa, più altri 269 milioni di crediti bilaterali già in fase di conversione, come documenta un’analisi di Tomorrow’s Affairs. Invece di chiedere indietro quei soldi a Stati che farebbero fatica a restituirli, l’Italia li trasforma in strade, reti elettriche, sistemi irrigui. Guadagnandoci in presenza strategica e in opportunità per le proprie imprese.
La cassetta degli attrezzi per chi ci prova
Fin qui la geopolitica. Ma per chi produce, esporta o progetta, la domanda resta: cosa posso usare concretamente?
Certo, 76 progetti e 4 miliardi di garanzie non competono con i 61 miliardi cinesi. Il Piano Mattei non ribalta gli equilibri commerciali globali. Ma per una media impresa italiana che oggi fattura cinque o dieci milioni di euro e cerca nuovi mercati, non servono 61 miliardi: bastano un progetto, un contatto giusto, una garanzia che copra il rischio iniziale. E quegli strumenti, oggi, esistono e sono già operativi.
Il Piano Mattei non è una promessa lontana né un esercizio retorico. È una rete di opportunità già attive — garanzie, fondi, progetti in corso — che aspetta solo di essere usata. La terza relazione annuale lo conferma con numeri che crescono. Per un imprenditore italiano che oggi guarda all’Africa alternando ambizione e timore, la differenza la farà sapere che quegli strumenti esistono. E usarli prima che lo facciano altri.




