L’esperimento svedese ha mostrato che l’avena produce più biomassa sotto i pannelli verticali che in campo aperto
C’è un 35% che pesa come un macigno sul futuro dell’agrivoltaico: la quota di terreni agricoli mondiali non irrigati che tecnicamente potrebbero produrre cibo ed elettricità insieme. Il problema è che, finora, quel numero era solo un’ipotesi. Poi è arrivata l’avena svedese. Nei giorni scorsi sono stati pubblicati i risultati dell’esperimento condotto nel 2024 a Kärrbo Prästgård, vicino a Västerås, in Svezia: la biomassa totale dell’avena coltivata sotto un sistema agrivoltaico verticale non solo ha retto l’ombreggiamento, ma ha superato quella del campo di riferimento.
L’avena che non teme i pannelli
Il dato è controintuitivo. Ci si aspetterebbe che i pannelli, sottraendo luce, penalizzino la crescita. Invece l’esperimento sul campo — il primo a misurare la resa di un cereale sotto un sistema agrivoltaico verticale in condizioni reali in Svezia — racconta un’altra storia. La biomassa totale media, che comprende chicco e paglia, nel sistema agrivoltaico verticale è risultata superiore a quella registrata sia nel campo di riferimento sia nel sistema fotovoltaico a terra convenzionale. Rispetto a quest’ultimo, la differenza è statisticamente significativa. Rispetto al campo aperto, invece, il vantaggio c’è ma non raggiunge la soglia della significatività statistica: in altre parole, il sistema agrivoltaico verticale quantomeno non toglie nulla alla pianta, e rispetto a un impianto fotovoltaico tradizionale installato sullo stesso terreno fa decisamente meglio.
Per monitorare lo sviluppo dell’avena durante la stagione di crescita, i ricercatori hanno utilizzato l’indice di area fogliare, un parametro biofisico che misura la superficie delle foglie per unità di terreno. È un indicatore chiave: più è alto, più la pianta sta fotosintetizzando e accumulando biomassa. Sotto i pannelli verticali, l’indice ha seguito un andamento paragonabile a quello del campo aperto, segno che l’ombreggiamento intermittente — caratteristica distintiva dei sistemi verticali rispetto a quelli a terra — non ha interrotto il ciclo di sviluppo della coltura.
Questi numeri arrivano dopo che, tra il 2020 e il 2022, la Mälardalen University aveva già condotto la valutazione del primo sistema agrivoltaico in Svezia, gettando le basi per l’esperimento del 2024. Ma perché questi dati fanno notizia? Perché fino a ieri il settore viaggiava al buio.
Il vuoto dei dati che frena gli investimenti
Se i numeri di Kärrbo Prästgård attirano l’attenzione, è perché per anni il comparto agrivoltaico ha sofferto di una cronica mancanza di informazioni sulle performance reali delle colture. Lo ha detto senza giri di parole Arash Khosravi in una analisi di pv magazine dei giorni scorsi: la mancanza di dati agronomici è una delle sfide principali per il processo decisionale e lo sviluppo di politiche pubbliche. Senza numeri alla mano, un investitore non può modellizzare i rendimenti attesi, un’agricoltore non sa se i pannelli comprometteranno il raccolto, un legislatore non ha basi per scrivere norme efficaci. È un blocco che frena tutto il settore, dalle utility ai fondi infrastrutturali.
Il concetto di agrivoltaico non è nuovo: fu formalizzato nel 1981 da Adolf Goetzberger e Armin Zastrow, quarantacinque anni fa. Ma tra l’intuizione teorica e la diffusione su larga scala c’è di mezzo proprio il dato agronomico, quello che finora mancava. L’esperimento svedese è un tassello che comincia a colmare il vuoto, almeno per i cereali a ciclo primaverile nelle latitudini nordiche. Ora che un primo riscontro arriva dal Nord Europa, la domanda per chi investe cambia: non più «funzionerà?», ma «dove e con quali colture?».
Quel 35% che ora fa sul serio
Il dato del Politecnico di Milano e della Mälardalen University non è isolato. Si inserisce in una letteratura che sta crescendo, seppure lentamente. Nell’aprile 2025 una mappatura del Politecnico di Milano aveva stimato che tra il 22% e il 35% dei terreni agricoli non irrigati a livello mondiale potrebbe ospitare sistemi agrivoltaici continuando a produrre cibo. Un intervallo ampio — tredici punti percentuali non sono pochi — che rifletteva proprio l’incertezza sui dati agronomici disponibili. Con i risultati svedesi, quel range comincia a poggiare su basi più solide.
Già nell’ottobre 2024, un esperimento sull’orzo di Silvia Ma Lu aveva mostrato che la coltivazione sotto un sistema agrivoltaico verticale produce rese comparabili a quelle in campo aperto, nonostante l’aumento dell’ombreggiamento dovuto ai pannelli. Due cereali, due geografie diverse, lo stesso schema: i sistemi verticali, con la loro alternanza di luce e ombra, sembrano adattarsi meglio alle colture erbacee rispetto ai tradizionali impianti a terra, che creano zone permanentemente in ombra e riducono la superficie coltivabile.
Per chi investe, questo cambia i termini della competizione. Non si tratta più di scegliere tra fotovoltaico e agricoltura, ma tra diverse configurazioni agrivoltaiche — verticale, rialzato, a inseguimento — ciascuna con costi e rese diverse a seconda della latitudine, del clima e della coltura. La partita si giocherà sui decreti attuativi e sui primi finanziamenti su larga scala, che in diversi paesi europei sono attesi entro la fine del 2026. Il prossimo numero da tenere d’occhio non è un’altra percentuale di resa, ma l’entità dei primi stanziamenti pubblici e la velocità con cui verranno erogati.
La prossima stagione agronomica dirà se l’avena svedese è un’eccezione o la regola. Serviranno repliche, altre colture, altre latitudini. Intanto, gli investitori prendono appunti: il 35% non è più un miraggio. È un numero che ha cominciato a camminare su un campo di avena.




