La Spagna ha già superato il 56% di rinnovabili, mentre l’Italia blocca 28 GW di impianti già pronti

Il campo e la bolletta: un paradosso italiano

Quando aprite la bolletta della luce, pensate ai pannelli solari. Non a quelli che vorreste mettere sul tetto, ma a quelli che non ci sono nei campi perché Coldiretti li considera incompatibili con l’agricoltura. È un paradosso che si trascina da anni e che finisce per pesare direttamente sul portafoglio di famiglie e imprese: mentre l’organizzazione agricola più influente del Paese vede nel fotovoltaico a terra una minaccia, il vero rischio per i raccolti è il cambiamento climatico, con desertificazione ed eventi estremi sempre più frequenti. Ma la resistenza ai pannelli non è solo una questione agricola: è il sintomo di un Paese che frena la transizione energetica mentre i costi salgono per tutti.

La posizione di Coldiretti, ribadita da Ettore Prandini, è netta: gli impianti fotovoltaici a terra sarebbero incompatibili con l’attività agricola. Una linea che ha orientato norme regionali e rallentato le autorizzazioni, in un momento in cui l’Italia avrebbe bisogno di accelerare. Non va meglio sul fronte industriale: Confindustria, nelle dichiarazioni pubbliche del suo presidente Orsini, ha mantenuto a lungo una posizione ambigua, senza mai riconoscere con chiarezza il ruolo centrale delle rinnovabili, preferendo promuovere il nucleare che, anche nelle ipotesi più ottimistiche, non sarà disponibile prima di quindici anni. Un orizzonte che poco ha a che fare con l’urgenza di abbassare le bollette oggi.

Intanto i numeri della dipendenza energetica italiana restano pesanti: secondo il Coordinamento FREE, il 79% dei consumi energetici del Paese è ancora legato a fonti fossili e la quota di energia importata tocca il 73%. Ogni volta che il prezzo del gas sale sui mercati internazionali, la bolletta italiana ne risente più di quella di altri Paesi che hanno scelto strade diverse. E c’è un posto dove questo conflitto l’hanno risolto, con bollette decisamente più leggere.

La Spagna ha scelto, l’Italia no: il conto lo paghiamo noi

Basta guardare oltre i Pirenei per capire cosa significhi, in pratica, accelerare sulle rinnovabili. Già nel 2024 la Spagna ha coperto il 56,8% del mix elettrico nazionale con fonti pulite, il livello più alto mai raggiunto dal Paese. Questo risultato non è arrivato per caso: anni di investimenti mirati e procedure autorizzative più snelle hanno trasformato la rete spagnola, rendendola meno dipendente dal gas e in grado di offrire prezzi più bassi a famiglie e imprese.

La differenza in bolletta è misurabile e, per un’azienda che consuma molta energia, può voler dire la sopravvivenza. Nel 2025 e nel primo trimestre 2026 i prezzi all’ingrosso dell’elettricità in Italia sono stati quasi il doppio rispetto a quelli spagnoli: una forbice media di 57,9 euro al megawattora, come analizzato guardando il modello spagnolo del mercato elettrico. Per fare un esempio concreto, un’impresa manifatturiera che consuma 500 MWh all’anno ha pagato circa 29.000 euro in più rispetto a un concorrente spagnolo, solo di energia. Senza contare il vantaggio indiretto: in Spagna le rinnovabili hanno contribuito a una crescita economica sostenuta, mentre in Italia il costo dell’energia resta una zavorra per la competitività.

E allora perché da noi non si fa? La risposta è nei cavi staccati e nelle resistenze che abbiamo visto. Secondo i dati citati dallo stesso presidente di Confindustria, Orsini, l’Italia ha già 85 gigawatt di rinnovabili installati, ma un terzo di questi impianti non è ancora stato allacciato alla rete. Significa che oltre 28 GW di potenza potenzialmente disponibile restano fermi per intoppi burocratici, procedure autorizzative lente e mancanza di infrastrutture di connessione. Sono pannelli e pale già montati, già pagati, che non producono un solo chilowattora perché manca la spina.

Nucleare tra 15 anni? Intanto, possiamo allacciare la spina

Dentro questo quadro si inserisce il dibattito sul ritorno al nucleare, rilanciato con enfasi da più parti. Ma ammesso che si riesca a costruire una nuova centrale in Italia – sfidando costi, iter autorizzativi e accettazione sociale – i primi elettroni arriverebbero tra non meno di tre lustri. Nel frattempo le bollette vanno pagate oggi, non nel 2040. E la soluzione più immediata, meno costosa e già disponibile sta proprio in quei 28 GW di impianti rinnovabili spenti: basterebbe completare gli allacciamenti e modernizzare la rete per immettere energia pulita nel sistema, abbassando subito la dipendenza dal gas e di riflesso i prezzi.

È una questione di scelte politiche e di regole, non di tecnologia. L’esempio spagnolo dimostra che quando le procedure funzionano e le resistenze di categoria vengono superate da una visione di lungo periodo, il sistema elettrico diventa più stabile, più economico e più autonomo. In Italia, invece, si continua a discutere se un pannello tolga spazio al grano, mentre il clima che cambia sottrae molto più terreno agricolo di quanto possa fare un impianto fotovoltaico, anche quello a terra.

La vera minaccia per l’agricoltura non sono i pannelli, ma chi li blocca. E la bolletta, con quei 57,9 euro a megawattora in più rispetto alla Spagna, forse lo sa già.