Il finanziamento di 56 milioni a Capwatt per tre nuovi impianti nel Centro-Sud
Arriva la bolletta del gas. La guardi, scorri fino al totale e, ancora una volta, ti chiedi quanto di quei soldi finisca per comprare metano da paesi lontani, con prezzi che ballano al ritmo della geopolitica. Due giorni fa, il 2 luglio 2026, è successa una cosa che a quella domanda inizia a dare una risposta concreta: Capwatt, società attiva nelle rinnovabili, ha ottenuto 56 milioni di euro per costruire tre nuovi impianti di biometano nel Centro e Sud Italia. Non è un comunicato stampa qualunque. Dietro quel finanziamento c’è un consorzio bancario guidato da ING Bank e UniCredit, due colossi che non regalano soldi a sogni verdi: prestano a progetti che hanno fondamenta solide, rispettano gli Equator Principles, la Tassonomia Europea e i requisiti DNSH (Do No Significant Harm), gli standard più severi che esistano. Ma questi tre impianti non nascono dal nulla. C’è una partita molto più grande.
La corsa al biometano
I numeri spiegano perché. Secondo l’European Biogas Association, nel suo Biomethane Investment Outlook 2026, gli investimenti pianificati nel biometano in Europa hanno raggiunto 36 miliardi di euro, il 28% in più rispetto alla rilevazione precedente. Tradotto: 8 miliardi di capitale fresco in più, per una produzione aggiuntiva attesa di 9,4 miliardi di metri cubi annui entro il 2030. L’Italia, in questa classifica, non sta a guardare: con 4,03 miliardi di euro di investimenti pianificati, è il secondo mercato europeo per volumi, dietro soltanto alla Danimarca. E il target fissato per il 2030 è ambizioso: 5,7 miliardi di Smc di produzione annua di biometano.
La strada per arrivarci, però, è ancora lunga e costosa. Per colmare il divario tra la produzione attuale e quell’obiettivo, il TEHA Group stima servano 16,5 miliardi di nuovi investimenti, da destinare sia alla riconversione degli impianti di biogas esistenti sia alla costruzione di strutture nuove di zecca. L’annuncio di Capwatt, con i suoi 56 milioni, è un tassello di questo mosaico. E non è l’unico: Solarig ha messo sul tavolo un piano da 300 milioni di euro entro il 2030 per realizzare oltre venti impianti in Italia. Soldi veri, che stanno già muovendo cantieri e creando filiere. La domanda, allora, diventa: cosa significa tutto questo per chi paga le bollette?
Cosa conviene fare
Dietro i miliardi e gli impianti, c’è un fatto semplice: più biometano significa meno gas importato. E meno gas importato significa, nel medio periodo, meno esposizione alle impennate di prezzo che in questi anni hanno svuotato i portafogli di famiglie e imprese. Oggi il biometano rappresenta ancora una frazione minoritaria dei consumi nazionali, ma la direzione è tracciata: ogni metro cubo prodotto in Italia da scarti e rifiuti è un metro cubo che non va comprato altrove, con costi di trasporto e margini di intermediazione che si accumulano sulla bolletta finale.
Non è una bacchetta magica. I tempi della transizione si misurano in anni, non in mesi. Però è la prima volta che vediamo convergere tre forze nella stessa direzione: una normativa europea che spinge (la Tassonomia conta, eccome), capitali privati che finanziano (le banche prestano solo se i numeri tornano), e un interesse industriale concreto da parte di operatori come Capwatt e Solarig. La prossima volta che arriverà la bolletta del gas, quei tre impianti in costruzione al Centro-Sud non avranno ancora abbassato il totale. Ma sono il motivo per cui, tra qualche anno, quel totale potrebbe fare meno male.




