Il sistema di scambio dei certificati mostra già crepe operative prima dell’obbligo ETS2 del 2027
Nel primo trimestre del 2026 i certificati di biometano scambiati in Europa hanno battuto ogni record. Eppure il 90% del gas consumato nell’Unione europea arriva ancora da oltre confine. Mentre l’ETS2 si prepara a colpire chi usa combustibili fossili per strada e in casa, l’unica alternativa verde ammessa nel sistema fatica ad affermarsi, non per mancanza di domanda, ma per un labirinto burocratico che blocca gli scambi.
La fase di monitoraggio dell’ETS2 è partita nel 2025 e quest’anno è il primo esercizio di rendicontazione completo: i fornitori di carburante devono tracciare le emissioni, anche se l’obbligo di acquisto delle quote scatta formalmente nel 2027. Ma già adesso il sistema mostra tutte le sue crepe.
L’opportunità intrappolata
I numeri raccontano un paradosso. Circa il 29 per cento del biometano già utilizzato nell’Unione finisce nei settori coperti dall’EU ETS 1 — produzione di energia e industria pesante. Un ulteriore 43 per cento alimenta esattamente i settori che entreranno nell’ETS2: edifici, trasporto su strada e piccole industrie. In teoria, il disegno regolatorio premia il biometano: chi lo immette in rete può esibire certificati che azzerano l’impronta carbonica del gas venduto, evitando di pagare le quote ETS.
In pratica, le premesse sono fragili.
L’Unione produce oggi circa 19 miliardi di metri cubi di biometano, pari a poco più del 6 per cento del consumo totale di gas. Il restante 90 per cento arriva da fuori. La promessa di sostituire il fossile con il rinnovabile si scontra con un volume produttivo che, per quanto in crescita, resta marginale. E proprio quando l’ETS2 inizia a fare sul serio, il meccanismo che dovrebbe tracciare il biometano mostra tutte le sue crepe.
La torre di Babele dei certificati
Nel primo trimestre 2026 1,38 TWh di certificati di biometano sono stati trasferiti tramite ERGaR, il sistema che facilita il passaggio transfrontaliero dei Certificati di Origine tra i registri nazionali di gas rinnovabile. È il volume trimestrale più alto mai registrato. Sembrerebbe una notizia incoraggiante: il mercato si muove, la domanda esiste, gli operatori comprano e vendono.
Ma basta parlare con chi opera ogni giorno su quei registri per scoprire l’altra faccia della medaglia. I trasferimenti transfrontalieri sono un calvario: i registri nazionali non parlano la stessa lingua, gli standard di interoperabilità sono deboli, ogni passaggio di frontiera diventa un negoziato. La febbre del biometano si scontra con l’assenza di uno standard condiviso. Aumentano i volumi, aumentano i grattacapi.
Il sistema ERGaR CoO nasce proprio per questo: trasferire la proprietà dei certificati tra registri partecipanti. Ma gli stessi trader segnalano sfide pratiche quotidiane. Non è un problema teorico: è un intoppo operativo che rallenta le transazioni e alza i costi. La crescita del mercato è insieme un segnale positivo e un grido di allarme.
Se già in fase di monitoraggio la macchina si inceppa, cosa succederà quando l’ETS2 diventerà obbligatorio per tutti? L’ETS2 copre le emissioni a monte: non tocca direttamente famiglie e automobilisti, ma i fornitori di carburante. Sono loro a dover monitorare e rendicontare. Dal 2027 il trasporto su strada, gli edifici e gli impianti industriali esclusi dal primo ETS saranno coperti dal nuovo sistema. Il biometano certificato è l’unica via per evitare di pagare. Ma se certificarlo è un’impresa, qualcuno potrebbe cominciare a fare due conti.
Chi perde (e chi paga)
Qui il nodo diventa politico. Con certificati difficili da ottenere e trasferire, i fornitori potrebbero trovare più semplice pagare la tassa ETS2 che acquistare biometano. Il costo della transizione ricadrebbe sui consumatori e il segnale di prezzo verde verrebbe azzerato. Un sistema nato per incentivare il rinnovabile finirebbe per finanziare il fossile, semplicemente perché l’alternativa è troppo complicata.
La Commissione europea ha scritto le regole, ma non ha ancora costruito l’infrastruttura amministrativa per farle funzionare. I registri nazionali restano isole, i certificati faticano a viaggiare, e intanto il 2027 si avvicina. L’ETS2 è stato immaginato come una leva per spingere il biometano, ma il vero banco di prova non sarà la tassazione del fossile, bensì la capacità di costruire un mercato trasparente e senza frontiere. Senza quella, il biometano resterà un gigante potenziale in un sistema che preferisce pagare piuttosto che cambiare.




