Corridoio BarMar Barcellona-Marsiglia: 450 km di tubo e 2,5 miliardi, ma REPowerEU supera di cinque volte gli obblighi legali

A duemila metri di profondità nel Golfo del Leone, un idrogenodotto sottomarino lungo oltre 400 km promette di trasportare fino a 2 milioni di tonnellate di idrogeno verde all’anno. Ma il dato che sorprende non è l’ingegneria: sono le cinque volte che separano gli obiettivi REPowerEU dagli obblighi legali. I materiali pubblicati il 27 settembre scorso descrivono una pipeline offshore che collegherà Barcellona a Marsiglia, con una distanza di circa 450 chilometri e profondità marine che supereranno i 2.000 metri nella fossa del Golfo del Leone.

Il tubo dei 2.000 metri

La pipeline offshore, indicata come tratta BarMar, è il segmento marino di un corridoio più ampio. Il collegamento non è solo una questione di chilometri: nel bacino del Mediterraneo raggiungerà profondità marine notevoli, superiori ai 2.000 metri nella fossa del Golfo del Leone. Per la sola tratta BarMar l’investimento stimato è di circa 2,5 miliardi di euro. La capacità di trasporto prevista è di 2 milioni di tonnellate di idrogeno verde all’anno: secondo le stime del piano REPowerEU, equivale a circa il 10% della domanda totale stimata per l’Unione europea al 2030. In termini di emissioni evitate, il progetto consentirebbe di evitare circa 20 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Sono numeri fisici e finanziari che rendono concreta la scommessa, ma non spiegano ancora chi ha deciso di scavare questo tubo e con quale governance.

Governance e fretta politica

La governance del progetto è definita da una nuova società con sede nel Sud della Francia, nella Région Sud-Provence-Alpes-Côte d’Azur. La compagine azionaria vede EIH-Enagás al 50%, NaTran al 33,3% e Teréga al 16,7%. Non è una governance nata per caso: il suo atto di origine risale al 20 ottobre 2022.

Quel giorno, insieme al Consiglio dell’Unione europea, il presidente del governo spagnolo, il presidente della Repubblica francese e il primo ministro del Portogallo decisero di dare un’accelerazione allo sviluppo delle interconnessioni energetiche e di creare un corridoio di energia verde che collegasse Portogallo, Spagna e Francia alla rete energetica europea. Era il contesto successivo all’invasione russa dell’Ucraina, con l’Europa impegnata a ridurre la dipendenza dal gas russo. In quel clima, l’idrogeno verde è entrato nei piani come vettore strategico, ma con obiettivi che oggi appaiono sovradimensionati.

Qui emerge il paradosso. Gli obiettivi di idrogeno di REPowerEU, definiti in fretta dopo l’invasione russa dell’Ucraina, risultano circa cinque volte superiori a quanto legalmente richiesto. In altre parole, l’infrastruttura non risponde a un obbligo giuridico stringente, ma a un orizzonte di domanda politica. Questo sposta il peso della prova: se la domanda industriale non arriva prima del 2030, il corridoio rischia di restare un’opera che anticipa un mercato non ancora formato.

Il 40% che arriva dal Nord Africa

Se gli obiettivi sono cinque volte gli obblighi, la domanda successiva è: da dove arriverà l’idrogeno per riempire il tubo? Secondo i dati dell’iniziativa SoutH2 Corridor, con una capacità di importazione di idrogeno di 4 Mtpa dal Nord Africa il corridoio potrebbe coprire oltre il 40% dell’obiettivo di importazione del piano REPowerEU. È un numero da tenere d’occhio: non misura la produzione reale né la domanda industriale già contrattualizzata, ma la capacità teorica di importazione che l’infrastruttura metterebbe a disposizione. Indica anche una scelta geografica precisa: il corridoio nascerebbe come via di ingresso per idrogeno prodotto fuori dall’Unione, prima ancora che come rete interna.

La tensione, insomma, non è sulla capacità. È sulla domanda. I 450 chilometri del tubo e i 2,5 miliardi di investimento sono numeri ingegneristici e finanziari; la variabile che resta aperta è quanta idrogeno verde l’industria europea sarà disposta a comprare prima del 2030. Nei prossimi mesi, il dato da monitorare non sono i 450 km del tubo né i 2,5 miliardi di investimento, ma la domanda industriale reale di idrogeno verde prima del 2030.