Il prototipo da 10 kW era entrato in servizio nel 2023, ma il salto di scala coinvolge materiale e costi

Secondo i calcoli riportati da CIMC Raffles, la Cina continentale ha 18mila chilometri di costa e una capacità potenziale di fotovoltaico offshore superiore a 70 GW. È una stima tecnica, non un piano già finanziato: serve a dare la scala del possibile. Finora, però, gran parte dell’offshore è stato immaginato in acciaio. Nei mesi scorsi è arrivato un annuncio diverso: una piattaforma galleggiante in materiale composito a base di bambù, da 100 kW, completata e installata a Yantai.

La posta in gioco: 70 GW lungo la costa

Il dato dei 70 GW va letto per quello che è: una potenza installabile, non una produzione. Il comunicato non fornisce una stima dell’energia generata, e questo rende prudente non confondere i due piani. Le province, però, hanno già messo sulla carta i primi volumi: secondo il portale cinese China Water Transport Network, Shandong e Jiangsu hanno pianificato rispettivamente 42 GW e 12,65 GW di capacità fotovoltaica offshore. Sono numeri imponenti, ma restano piani: non dicono quanta capacità sia già in acqua, né a quale costo.

Il punto è proprio il costo. Su una costa così lunga, la differenza tra una struttura in acciaio e una in bambù non è solo una questione di materiale: è una questione di quanto rapidamente il fotovoltaico offshore può smettere di essere un’eccezione costosa e diventare un’opzione ordinaria. È qui che la piattaforma di Yantai prova a inserirsi.

Dal prototipo da 10 kW alla zattera in bambù da 100 kW

La novità non nasce dal nulla. Il prototipo Jilin No. 1, da 10 kW e con dimensioni di 7 metri per 7 e un peso di circa 4 tonnellate, era stato messo in servizio già nel 2023. Anche allora si era passati da traino, installazione in mare e test sul campo nella base di prova fotovoltaica offshore di CIMC a Yantai. Il salto alla piattaforma da 100 kW, sviluppata con piena proprietà intellettuale dai due team, è soprattutto un salto di scala e di materiale.

Il materiale è il punto. Rispetto alle tradizionali strutture in acciaio, il composito bio-based a base di bambù viene descritto come più leggero, meno costoso, più resistente alla corrosione dell’acqua di mare, più durevole e più ecologico. Non vengono però forniti, nel comunicato, dati comparativi di prezzo o di durata: la promessa è chiara, la verifica è sul campo. Secondo la fonte, una volta completati i test empirici, la diffusione su larga scala del prodotto potrebbe aiutare il fotovoltaico offshore ad avvicinarsi alla parità di costo, indicata con il termine cinese 平价开发.

Acciaio contro bambù: chi perde e chi guadagna

Il confronto non è teorico. Un articolo di pv magazine pubblicato nel novembre 2024 descrive un progetto su circa 1.223 ettari con 2.934 piattaforme fotovoltaiche installate su fondazioni fisse a traliccio in acciaio. Ogni piattaforma misura 60 metri di lunghezza e 35 di larghezza. Non viene indicata la potenza di ciascuna unità, ma la scala è industriale: decine di metri di acciaio contro una zattera di bambù che, per quanto da 100 kW, resta un banco di prova.

Chi guadagna e chi perde? Se il bambù mantenesse le promesse su peso, costo e resistenza alla corrosione, toglierebbe quote alle piattaforme in acciaio a traliccio fisso, che oggi rappresentano la via più consolidata. Ma il mercato, per ora, viaggia su acciaio: il bambù è una scommessa, non un sostituto immediato.

Nei prossimi mesi toccherà osservare due cose: l’esito dei test sulla piattaforma in bambù e l’avanzamento reale dei piani di Shandong e Jiangsu. Se il materiale reggerà, la parità di costo del fotovoltaico offshore potrebbe avvicinarsi più in fretta di quanto i numeri attuali lascino intendere.