Domanda elettrica sotto il PNIEC, ma 24 GWh di accumulo oltre il MACSE restano senza finanziatore.

Nel 2030, nelle ore centrali dei giorni primaverili, l’Italia si prepara a buttare via circa 6 TWh di elettricità solare. Non un incidente di percorso, ma una caratteristica strutturale del sistema prevista da Terna e Snam. È quanto emerge dal Documento di Scenario DDS 2026, predisposto dai due gestori come base formale per i rispettivi piani di sviluppo delle reti elettrica e gas.

Il documento non è un esercizio accademico: è l’input formale che vincola la pianificazione della rete. E dentro c’è un paradosso che vale la pena guardare da vicino.

Il sole di mezzogiorno che non sappiamo usare

La sovragenerazione — l’energia prodotta in più rispetto a quella che la rete e i consumi possono assorbire — è prevista passare da livelli trascurabili a circa 6 TWh nel 2030 e tra 8 e 25 TWh nel 2040. Il curtailment, cioè la rinuncia a immettere in rete energia pur disponibile, non sarà un evento occasionale: secondo gli operatori si concentrerà nelle ore centrali dei giorni primaverili e diventerà una caratteristica strutturale del sistema elettrico. In pratica, il sole di mezzogiorno di primavera produrrà più di quanto il sistema sappia usare. Non per un guasto o per un errore di programmazione, ma per come il sistema viene costruito: più fotovoltaico, più produzione concentrata in determinate ore, e una rete che non riesce ad assorbirla.

Il punto non è che manchi l’energia. È che, nelle ore sbagliate, ce n’è troppa, e questa sovrabbondanza diventa un costo da gestire. La domanda che resta aperta è semplice: se il curtailment è destinato a diventare strutturale, quanta capacità di stoccaggio servirà davvero per non sprecare quell’energia?

50 GWh di stoccaggio, 24 oltre il MACSE

La risposta arriva dagli stessi numeri del DDS 2026. Secondo Terna–Snam, raggiungere l’obiettivo del 63% di elettricità rinnovabile al 2030 richiederà circa 50 GWh di capacità di stoccaggio energetico aggiuntiva su scala utility rispetto al 2026. Di questi, 24 GWh sono oltre la capacità già prevista nell’ambito del Capacity Procurement Mechanism for Electricity Storage, il MACSE. Tradotto: anche se tutto ciò che è già stato programmato venisse realizzato, mancherebbero comunque 24 GWh di accumulo per tenere in equilibrio il sistema.

Il documento non si limita a quantificare lo stoccaggio. Rivede anche la domanda attesa: la domanda elettrica italiana è prevista a 338 TWh nel 2030, inferiore ai 362 TWh del PNIEC. Dentro questa cifra c’è un elemento in crescita, la domanda dei data center, attesa a circa 15 TWh nel 2030 e 48 TWh nel 2040. Ma il totale resta più basso di quanto il piano nazionale avesse ipotizzato, e questo cambia i margini di assorbimento della sovragenerazione. Meno domanda complessiva significa meno spazio per assorbire i picchi di produzione rinnovabile, a meno che non si costruisca capacità di accumulo in grado di spostare l’energia nel tempo.

È qui che il piano tecnico lascia una domanda aperta. Se il MACSE copre una parte del fabbisogno, restano 24 GWh senza un meccanismo chiaro: chi li finanzia, chi li realizza e in quali tempi? Il DDS 2026 mette nero su bianco il numero, ma non assegna il conto.

Il PNIEC diceva 362, il DDS 338: chi paga il buco?

I numeri dello stoccaggio spostano lo sguardo dal piano tecnico a quello regolatorio e finanziario. La domanda rivista al ribasso riduce il margine di assorbimento, mentre i 24 GWh oltre il MACSE restano senza un soggetto designato. Non si tratta di poco: è la differenza tra un sistema che programma l’accumulo e un sistema che lo subisce, tra un investimento pianificato e un costo che arriva comunque, magari in bolletta o sotto forma di energia sprecata.

Il DDS 2026 quantifica lo stoccaggio necessario, ma non dice ancora chi lo paga né a che prezzo. I 24 GWh oltre il MACSE sono il buco di regolazione da colmare prima che il sole di primavera diventi una tassa implicita su famiglie e imprese.