Immaginate un vicino con i pannelli fotovoltaici sul tetto che a mezzogiorno produce più elettricità di quanta ne consumi, e vorrebbe girare l’eccedenza alla famiglia del piano di sotto. Ora immaginate quella stessa famiglia, che ha appena installato una pompa di calore e vorrebbe un contratto dedicato solo a quella, senza toccare la fornitura di casa. Sono due desideri molto comuni, e l’Unione Europea li ha trasformati in diritti. Il problema, come ha ricordato la Commissione europea in una comunicazione del 25 settembre, è che molti Stati non hanno fatto la loro parte nei tempi previsti. Alla domanda «allora posso farlo già?», quindi, la risposta onesta è: dipende da dove vivete.

Un diritto in vigore che molti Paesi non avevano ancora scritto

Sulla carta, il gesto del vicino con i pannelli è un diritto già dal 17 luglio 2026. Secondo le pagine della Commissione dedicate ai consumatori di energia, da quella data si applicano le norme sulla condivisione dell’energia e la possibilità di avere più fornitori per lo stesso locale. In concreto, le regole sono due. La prima riguarda la libera scelta del fornitore, contenuta in una versione modificata dell’articolo 4 della normativa europea sul mercato elettrico: è quella che permette, per esempio, di avere un contratto per la casa e uno separato per un singolo impianto. La seconda è un articolo del tutto nuovo, il 15a, che introduce esplicitamente il diritto alla condivisione dell’energia, cioè la possibilità di cedere ad altri l’elettricità che si produce e non si usa.

Queste novità sono il frutto di un percorso lungo. La riforma del mercato elettrico era stata proposta dalla Commissione già nel marzo del 2023, con l’obiettivo di dare ai consumatori più strumenti per partecipare attivamente al mercato, non solo come acquirenti passivi di elettricità. Ma una cosa è che una regola venga approvata a Bruxelles, un’altra è che arrivi davvero nella bolletta di una famiglia: perché accada, ogni Stato deve recepirla nella propria legislazione e comunicarlo alla Commissione. Per queste due disposizioni il termine per la notifica era proprio il 17 luglio 2026.

Ed è qui che si apre la distanza tra il diritto e la realtà. Al 25 settembre, data della comunicazione della Commissione, 18 Paesi dell’Unione non avevano notificato il pieno recepimento di queste norme entro la scadenza legale. Significa che in due terzi abbondanti degli Stati membri, a fine settembre, il diritto di condividere energia o di scegliere più fornitori per lo stesso locale esisteva a livello europeo ma non risultava completamente tradotto nelle leggi nazionali. Se le regole sull’elettricità arrancavano così, viene spontaneo chiedersi come andasse sull’altro fronte aperto, quello del gas e dell’idrogeno.

Idrogeno, un esame superato da uno su ventisette

La seconda partita riguarda la direttiva sul mercato dell’idrogeno e del gas decarbonizzato, che fa parte di un pacchetto europeo pensato per preparare le reti e le regole del mercato all’arrivo di questi combustibili. Qui la scadenza era un’altra: gli Stati dovevano notificare il recepimento entro il 5 agosto 2026. E il quadro, a fine settembre, era ancora più netto. Su ventisette Paesi, solo uno aveva notificato il recepimento completo entro il termine: l’Italia, cioè uno dei Paesi più spesso citati quando si parla di ritardi nell’applicazione del diritto europeo.

Per gli altri 26 la Commissione ha avviato le lettere di messa in mora, il primo passo formale di una procedura d’infrazione. Va però letto con misura: le lettere sono state inviate il 25 settembre, cioè oltre un mese fa, e rappresentano l’inizio di un percorso, non la sua conclusione. Allo stesso modo, il fatto che l’Italia sia in regola sulla carta non vuol dire che esista già un mercato dell’idrogeno funzionante, con fornitori, prezzi e offerte per i consumatori: vuol dire che le norme sono state scritte e comunicate a Bruxelles nei tempi. Ma notifiche e messe in mora sono il linguaggio delle istituzioni. Per chi paga la bolletta, la domanda è un’altra.

Cosa può fare chi vuole condividere energia

Torniamo alla famiglia con la pompa di calore: può già chiamare un secondo fornitore e firmare un contratto solo per quell’impianto? La risposta dipende dallo stato del recepimento nel proprio Paese. Il diritto europeo è applicabile dal 17 luglio, ma la sua concretezza passa dalle leggi nazionali e dalle regole operative che ne derivano: chi stabilisce come si misurano i consumi separati, come si contabilizza l’energia ceduta al vicino, chi fa cosa tra distributori e venditori. Dove questo lavoro non è stato completato, il diritto c’è ma è difficile esercitarlo nella pratica.

Il consiglio, quindi, è di non dare nulla per scontato e di non aspettarsi miracoli immediati. Le lettere di messa in mora servono a spingere gli Stati ad agire, ma le fonti della Commissione non indicano tempi precisi entro cui le norme diventeranno operative ovunque, e sarebbe scorretto promettere date. Quello che si può fare subito è informarsi: verificare se il proprio Paese ha notificato il recepimento delle regole su condivisione dell’energia e libera scelta del fornitore, e poi chiedere direttamente al proprio venditore di elettricità se offre la possibilità di condividere l’energia prodotta o di attivare più contratti per lo stesso locale, e a quali condizioni.

Chi ha già i pannelli sul tetto, o sta pensando a una pompa di calore, ha un motivo in più per fare quella telefonata adesso: chiedere quali offerte esistono, quali sono in preparazione e cosa servirebbe per attivarle. Se la risposta è «non ancora», vale la pena annotarsela e richiamare tra qualche mese, perché la pressione di Bruxelles sugli Stati è cominciata a settembre e chi si sarà informato per tempo sarà il primo a poterne approfittare.