Chi firma un contratto di luce “verde”, o passa ogni giorno davanti al parco solare in fondo alla provinciale, di solito non si chiede chi ne sia il proprietario. Eppure quel proprietario può cambiare da un momento all’altro, senza che dall’esterno si noti nulla. Lo scorso agosto è successo su larga scala: impianti e progetti solari ed eolici in Italia, Regno Unito e Spagna sono passati da Shell a TotalEnergies. Secondo il comunicato diffuso da TotalEnergies il 3 agosto 2026, il gruppo francese ha firmato un accordo con Shell per rilevarne l’intera attività onshore nelle rinnovabili in Europa. A qualche mese di distanza, l’operazione è utile per capire come funziona davvero l’energia verde quando a gestirla sono le grandi compagnie petrolifere.

Due colossi, due direzioni opposte

Molti si chiedono se le grandi compagnie petrolifere credano davvero nelle rinnovabili, e la vicenda di agosto sembra dare due risposte opposte. Da una parte c’è Shell, che secondo la ricostruzione di Axios sulla vendita riduce la proprietà diretta di impianti rinnovabili per concentrarsi sul suo business principale, cioè petrolio e gas. Dall’altra c’è TotalEnergies, che quegli impianti li compra.

Shell non è un caso isolato. Come ha raccontato la BBC in un’analisi sul settore, sia Shell sia la norvegese Equinor hanno ridimensionato i loro piani di investimento nell’energia verde. Sullo sfondo pesano anche i commenti del presidente statunitense Donald Trump, con il suo “drill baby drill”, che secondo la stessa fonte hanno incoraggiato gli investimenti nei combustibili fossili. Viene quindi da chiedersi perché, mentre altri frenano, TotalEnergies faccia acquisti. E soprattutto se compri davvero per tenersi gli impianti.

Comprare e vendere nello stesso momento

La risposta sta nel fatto che, nello stesso annuncio, TotalEnergies ha comunicato sia un acquisto sia una vendita. Da Shell ha rilevato 500 megawatt di impianti solari ed eolici già in esercizio o in costruzione, più una pipeline da 3,5 gigawatt di progetti solari, eolici e di accumulo con batterie in Italia, Regno Unito e Spagna. Per pipeline si intende l’insieme dei progetti in sviluppo: non producono ancora energia, ma sono destinati a farlo se superano autorizzazioni, finanziamenti e cantieri.

Contemporaneamente il gruppo ha venduto al fondo d’investimento KKR il 50 per cento di un altro portafoglio, da 1,2 gigawatt di impianti solari ed eolici a terra in Europa, con un valore d’impresa (enterprise value) complessivo di 1,8 miliardi di euro. Si tratta di asset diversi da quelli acquistati da Shell: si trovano in Germania, Spagna, Francia e Polonia. Il tutto si inserisce in una base già grande: a fine giugno 2026 TotalEnergies dichiarava oltre 37 gigawatt di capacità lorda di generazione rinnovabile.

Comprare e vendere insieme sembra una contraddizione, ma è una strategia dichiarata. Come spiega la filiale statunitense del gruppo in un altro comunicato, TotalEnergies cede fino al 50 per cento dei suoi impianti rinnovabili una volta che hanno raggiunto la data di entrata in esercizio commerciale e i rischi si sono ridotti. Lo scopo è raggiungere l’obiettivo di redditività del 12 per cento fissato per la divisione Integrated Power. In pratica la fase più rischiosa, quella dello sviluppo e del cantiere, resta in casa. Quando l’impianto produce e incassa, metà viene ceduta a investitori come KKR, che cercano rendimenti più stabili. Il capitale recuperato serve a finanziare i progetti successivi. Più che collezionare impianti, TotalEnergies li fa ruotare.

Cosa cambia per chi paga la bolletta

Se gli impianti diventano prodotti finanziari che passano di mano, cosa cambia per chi vive, consuma e lavora vicino a quei progetti? Per l’Italia il punto riguarda la pipeline: i progetti nel nostro Paese che erano di Shell sono finiti a un operatore il cui modello si basa proprio sul costruire, mettere in esercizio e poi cedere quote. Chi vuole rientrare del capitale vendendo metà di un impianto finito ha tutto l’interesse a finirlo. Non è una garanzia che ogni progetto si farà, perché autorizzazioni e reti elettriche hanno i loro tempi, ma è un incentivo concreto.

Bisogna però essere onesti anche sul resto. Il ritiro di Shell e i tagli di Equinor mostrano che le rinnovabili, per queste aziende, avanzano soltanto dove rendono abbastanza. Se i conti non tornano, i progetti si fermano o vengono venduti. Per chi sceglie un’offerta di luce verde, la proprietà degli impianti cambia poco nell’immediato: il contratto resta con il fornitore. Per chi vede un progetto in costruzione vicino casa, invece, conta chi c’è dietro e se ha ragioni economiche per completarlo.

Le cose da tenere d’occhio nei prossimi mesi sono quindi abbastanza concrete: quanti dei progetti italiani, britannici e spagnoli della pipeline arriveranno davvero ai cantieri, e se una volta completati seguiranno la stessa strada del portafoglio ceduto a KKR. Chi oggi investe nelle rinnovabili lo fa perché ci guadagna. Più delle promesse sulla transizione, è questo a far nascere gli impianti.