Carbone sotto il 50% nel 2026, ma la rete non assorbe tutte le rinnovabili.

Chi ha i pannelli sul tetto conosce bene la scena: mezzogiorno d’estate, l’impianto produce al massimo e in casa non c’è quasi nessuno ad accendere lavatrice, forno o condizionatore. Quell’energia finisce in rete oppure, semplicemente, non viene usata. Ora moltiplicate la scena per un Paese intero. È quello che mostrano i dati della National Energy Administration cinese sul primo semestre 2026, diffusi a fine luglio. Non è quindi una notizia dell’ultima ora: è un bilancio arrivato quasi tre mesi fa, che conviene leggere a freddo. Perché, oltre al titolo che ha fatto il giro dei media, contiene un’indicazione utile anche a chi sta valutando un impianto per casa o per l’azienda.

Il sorpasso silenzioso: il carbone scende sotto la metà

Il luogo comune è noto: le rinnovabili crescono, ma la Cina resta il regno del carbone. I numeri lo smentiscono almeno in parte. Secondo le statistiche pubblicate dal governo cinese il 30 luglio, nel primo semestre 2026 il carbone ha coperto il 49,7% della produzione elettrica del Paese: è la prima volta che scende sotto il 50%. Pechino l’ha presentato come una nuova tappa della transizione verso un sistema energetico verde e a basse emissioni.

Dietro quel dato c’è una quantità enorme di impianti nuovi. Nel semestre le rinnovabili hanno aggiunto 117 GW di capacità, pari al 73,9% di tutta la nuova potenza installata. In totale la capacità rinnovabile ha raggiunto 2.455 GW, con una crescita del 13,7% su base annua, e rappresenta circa il 60,7% di tutta la potenza installata in Cina. Il fotovoltaico è arrivato a 1.272 GW (+15,8%), l’eolico collegato alla rete a 679 GW (+18,5%). Per avere un termine di paragone, secondo Ember la Cina ha contribuito con 336 TWh a oltre la metà dell’aumento della generazione solare mondiale, una crescita che supera di gran lunga quella di Stati Uniti e Unione Europea messi insieme.

C’è però una crepa in questi numeri. Le rinnovabili sono il 60,7% della capacità installata, ma hanno prodotto il 41,2% dell’elettricità: oltre 2.000 miliardi di kWh, in crescita di circa il 9%. La potenza cresce più in fretta dell’energia effettivamente generata. Dove finisce la differenza?

Energia prodotta, energia buttata

In parte lo scarto è fisiologico: un pannello non lavora di notte e una pala non gira senza vento, quindi un gigawatt solare non produce quanto un gigawatt a carbone che può funzionare a ciclo continuo. Ma c’è anche un altro fenomeno, con un nome tecnico preciso: curtailment, cioè l’energia che gli impianti potrebbero produrre ma che non viene immessa in rete, perché la rete non riesce ad assorbirla o non c’è domanda in quel momento.

Secondo una stima di CREA e GEM ripresa da un’analisi di Global Energy Monitor, nel primo semestre 2026 il curtailment di eolico e solare in Cina ha raggiunto 360 TWh, contando sia la quota dichiarata ufficialmente sia quella non dichiarata. Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente l’aumento è del 49%. La stessa analisi osserva che, nonostante le installazioni record di quei mesi, la capacità della rete di assorbire l’energia restava indietro.

È un paradosso solo in apparenza. Costruire impianti, con pannelli e turbine sempre più economici, è la parte relativamente facile. Usare tutto ciò che producono è molto più difficile: servono linee di trasmissione, consumi che si spostano nelle ore giuste e, soprattutto, un modo per conservare l’energia quando arriva in eccesso. Un impianto che produce quando nessuno ha bisogno di quell’elettricità rende molto meno di quanto dica la sua potenza di targa. Vale per un sistema elettrico da migliaia di gigawatt come per un tetto di pochi kW.

La batteria come anello mancante

Se il problema è che l’energia arriva quando non serve, la soluzione più ovvia è metterla da parte. La Cina ci sta lavorando da anni. Secondo i dati della National Energy Administration riportati da un articolo dell’agenzia Xinhua, durante il 14° Piano quinquennale, cioè tra il 2021 e il 2025, la capacità di accumulo “di nuovo tipo” (soprattutto batterie) è passata da 3 a 136 milioni di kW, raddoppiando più o meno ogni anno. Nel primo semestre 2026 è arrivata a 153 milioni di kW, il 61% in più su base annua. Una corsa rapidissima, che però va letta accanto a quei 360 TWh sprecati: l’accumulo cresce, ma nello stesso periodo cresceva anche l’energia che la rete non riusciva a usare.

Torniamo al tetto della scena iniziale. La logica è identica per una famiglia o per un capannone. Un impianto fotovoltaico si valuta di solito in kW installati, ma il suo valore dipende da quanta di quell’energia si riesce a consumare direttamente, a spostare nelle ore di maggiore produzione o ad accumulare per la sera. Se i consumi sono concentrati quando il sole è basso e non c’è una batteria, una parte della produzione finisce in rete con un ritorno economico più basso. Per questo, prima di aggiungere pannelli, conviene guardare il proprio profilo di consumo. E vale anche l’avvertenza opposta: non sempre una batteria si ripaga, se i consumi diurni sono già alti o se l’impianto è dimensionato correttamente. Va messa a confronto con le abitudini reali di casa o dell’azienda, non comprata per principio.

Il criterio pratico, alla fine, è uno solo. Quando si progetta un impianto o se ne osservano i risultati, la domanda giusta non è “quanti kW installo”, ma “quanta di questa energia riuscirò davvero a usare o ad accumulare”. È la stessa lezione che il più grande sistema elettrico del mondo sta imparando, a caro prezzo, mentre il carbone scende per la prima volta sotto la metà.