Kazakistan-Corea del Sud: 55.000 tonnellate l’anno, ma i 2 miliardi dipendono dalla fattibilità.
Chi segue anche distrattamente le notizie sull’energia si sarà chiesto almeno una volta: dell’idrogeno verde si parla da anni, ma dove sta, concretamente? È un po’ come leggere delle auto a idrogeno senza aver mai visto un distributore. Per capire quanto ci sia di concreto conviene guardare un caso preciso. Il 17 settembre il sito Caspian Post ha dato notizia, citando l’agenzia Qazinform, che Kazakistan e Corea del Sud stanno valutando un grande progetto di energia verde nel Kazakistan orientale, con un investimento di circa 2 miliardi di dollari. Le cifre sembrano enormi. La domanda è quanto pesino davvero.
Cosa è stato firmato davvero
Secondo quanto riportato da Qazinform, l’intesa è un memorandum d’intesa firmato dal Ministero dell’Energia kazako, dall’amministrazione della regione del Kazakistan orientale e dall’azienda sudcoreana YPP Corporation, durante la visita di Stato del presidente Kassym-Jomart Tokayev in Corea del Sud. Il complesso prevede impianti rinnovabili per circa 1 gigawatt di capacità e una produzione fino a 55.000 tonnellate di idrogeno verde l’anno. Il dettaglio più importante, però, è un altro: secondo il Ministero dell’Energia kazako il costo preliminare è stimato in circa 2 miliardi di dollari, ma subordinato ai risultati di una valutazione di fattibilità. Al momento della notizia, quindi, si parlava di un progetto da verificare, non di un cantiere aperto, e la notizia ha ormai più di un mese.
C’è poi un primo segnale che il progetto era in fase di definizione: le cifre non coincidono tra le diverse fonti. In un comunicato dell’agenzia governativa per gli investimenti si parla di impianti eolici e solari fino a 2 GW, con unità di elettrolisi e di produzione di ammoniaca, e di una capacità fino a 75.000 tonnellate di idrogeno verde, in parte convertite in 310.000 tonnellate di ammoniaca verde all’anno. Restiamo però sul dato più prudente: 55.000 tonnellate sono tante o poche?
Grande per Astana, piccolo per Seoul
La risposta dipende da chi guarda. Dal punto di vista del Kazakistan, è un numero importante. Già nel settembre 2024 il Paese aveva approvato il suo concept per lo sviluppo dell’energia a idrogeno fino al 2030, con un obiettivo di 25.000 tonnellate di produzione complessiva entro quella data e una tappa intermedia di 10.000 tonnellate entro il 2027. Il solo progetto con YPP, se realizzato alla capacità indicata, supererebbe più che del doppio il traguardo nazionale fissato due anni fa.
Dal punto di vista coreano il quadro si rovescia. Secondo il Ministero del Commercio, dell’Industria e dell’Energia di Seoul, i piani prevedono che entro il 2030 la Corea del Sud arrivi a 3,9 milioni di tonnellate di idrogeno l’anno. E il piano coreano per il 2030 presuppone l’importazione di 1,96 milioni di tonnellate di idrogeno verde all’anno, perché la produzione interna non basta. Messe a confronto, le 55.000 tonnellate del progetto kazako coprirebbero meno del 3% di quelle importazioni previste, e circa l’1,4% del fabbisogno complessivo indicato da Seoul. Anche usando la cifra più alta, 75.000 tonnellate, si resta attorno al 4% delle importazioni.
Per avere un altro metro di paragone basta restare in Kazakistan. Il progetto Hyrasia One, sviluppato da Svevind, prevede secondo la società che lo promuove parchi eolici e fotovoltaici per circa 40 GW, al servizio di un impianto di elettrolisi da 20 GW, con una produzione attesa di circa 2 milioni di tonnellate di idrogeno verde l’anno a partire dal 2030 e la piena capacità a metà degli anni Trenta. Sulla carta, è un ordine di grandezza diverso: quasi quanto tutte le importazioni che Seoul prevede di aver bisogno. Ma anche qui si parla di previsioni, non di tonnellate già prodotte.
Come leggere il prossimo annuncio sull’idrogeno
E quindi, di che cosa ci si può fidare? Il caso kazako-coreano insegna soprattutto una cosa: un memorandum non è un cantiere. È un impegno a studiare un progetto, che può portare a un investimento oppure fermarsi dopo la verifica tecnica ed economica. Per chi legge, cittadino o impresa che valuta forniture future, le parole da cercare sono poche: “fattibilità” (è stata completata o è in corso?), “capacità installata” rispetto a “capacità prevista”, “tonnellate prodotte” rispetto a “tonnellate attese”. Quando un comunicato usa solo il condizionale, vuol dire che i numeri sono obiettivi, non risultati.
Le date da tenere d’occhio sono concrete. Il 2027 è l’anno in cui il Kazakistan punta alle prime 10.000 tonnellate di idrogeno; il 2030 è la soglia sia per le 25.000 tonnellate del piano kazako sia per i 3,9 milioni di tonnellate indicati dalla Corea del Sud, nonché l’anno di avvio previsto per Hyrasia One. Saranno quelle scadenze, più dei comunicati, a dire quanto degli annunci si è trasformato in produzione.
Davanti al prossimo titolo sull’idrogeno verde basta farsi tre domande: c’è solo un memorandum o anche uno studio di fattibilità concluso? Quante tonnellate sono previste rispetto al fabbisogno di chi le compra? Quale scadenza verificabile è stata fissata? Per l’accordo tra Kazakistan e Corea del Sud la prima risposta arriverà dall’esito della valutazione di fattibilità. Fino ad allora conviene considerarlo una promessa seria, ma non ancora energia disponibile.




