La prima fase del progetto è stata ridimensionata da 400 a 300 megawatt per il diniego all’allacciamento completo alla rete
Ci sono 304 milioni di euro di fondi pubblici, il marchio europeo di Progetto di Interesse Comune e il titolo di più grande iniziativa di idrogeno verde annunciata in Europa. Eppure la prima fase della Andalusian Green Hydrogen Valley, presentata con l’annuncio di Moeve sull’avvio del progetto, parte più piccola del previsto: 300 megawatt invece di 400. Il motivo non sono i soldi, né il sole o il vento, che in Andalusia non mancano. È la connessione alla rete elettrica, che il governo spagnolo non ha concesso per intero. Lo stesso governo che il progetto lo finanzia.
Cento megawatt che nessuno ha bocciato, tranne la rete
Il dato è stato riportato dalla testata specializzata Hydrogen Insight, secondo cui la prima fase è stata ridimensionata da 400 a 300 megawatt perché l’esecutivo di Madrid ha negato l’allacciamento completo alla rete. Detto così sembra un dettaglio tecnico. Non lo è, perché sulla carta questo impianto ha tutto il sostegno politico che un’infrastruttura energetica può chiedere in Europa.
Come ricostruito da un articolo di CHEManager sull’avvio dei lavori, Moeve si è assicurata 304 milioni di euro dal governo spagnolo nell’ambito del Piano di Ripresa, Trasformazione e Resilienza, finanziato dall’Unione Europea attraverso NextGenerationEU. La stessa prima fase è stata designata dall’Unione come Progetto di Interesse Comune (PCI), lo status che Bruxelles riserva alle infrastrutture ritenute strategiche per il mercato energetico comune. Il risultato è un piccolo cortocircuito istituzionale: i fondi pubblici e il riconoscimento europeo ci sono, la capacità di rete necessaria per farli fruttare del tutto no. Il finanziatore e il gestore del vincolo, in questo caso, coincidono. Resta da capire quanto pesi questo taglio rispetto a un obiettivo dichiarato che è di un altro ordine di grandezza.
Da Cepsa a Moeve: l’ambizione dei 2000 megawatt
Per misurare cento megawatt bisogna ricordare da dove nasce il progetto. Moeve è il nuovo nome della ex Cepsa, e la Andalusian Green Hydrogen Valley è in sviluppo fin dal 2022, quando l’azienda lanciò la strategia Positive Motion. Come ha spiegato la società nel comunicato sul passaggio da Cepsa a Moeve, l’obiettivo è arrivare a una capacità di 2000 megawatt nel 2030. La prima fase, dunque, era pensata come un quinto della scala finale; ora ne vale poco più di un settimo. Un target al 2030 resta un target: con quali risorse di rete e con che tempi si arriverà a 2000 megawatt, se già 400 sono stati troppi per l’allacciamento concesso, è una domanda che il ridimensionamento rende inevitabile. E porta a un’altra: perché proprio l’Andalusia?
Il 70% del costo passa da un cavo
La risposta sta in un numero. Secondo un approfondimento di Euronews sul perché la Spagna punta sull’idrogeno verde, l’energia elettrica rappresenta circa il 70% del costo dell’idrogeno verde. E la Penisola Iberica, si legge nello stesso articolo, è il posto d’Europa in cui l’elettricità rinnovabile costa meno. La logica industriale è lineare: se la voce di costo dominante è l’elettricità, si produce idrogeno dove l’elettricità pulita è più economica.
Ma è proprio qui che il ridimensionamento cambia significato. Il vantaggio competitivo spagnolo non consiste solo nel produrre energia rinnovabile a basso prezzo: consiste nel portarla agli elettrolizzatori. Se l’accesso alla rete viene razionato, il fattore che dovrebbe rendere l’Andalusia il luogo ideale per l’idrogeno europeo diventa il suo limite. Detta in modo meno astratto: la Spagna ha l’elettricità più economica, ma non abbastanza cavi, o non abbastanza capacità di connessione disponibile, per darla tutta a chi la chiede. Il problema non riguarda la produzione, ma la distribuzione, ed è un terreno su cui decide lo Stato, non l’impresa.
C’è poi la parte del progetto che più interessa il territorio. Moeve stima, come riportato da Euronews nel servizio sull’avvio dei lavori a Huelva, che l’iniziativa creerà oltre 8.000 posti di lavoro diretti tra sviluppo, costruzione e messa in servizio, e che sosterrà l’attività di più di 400 piccole e medie imprese e lavoratori autonomi locali. Sono cifre dell’azienda, non verifiche indipendenti, e vanno lette come tali: stime di un promotore che ha interesse a presentare il proprio progetto nella luce migliore.
Soprattutto, sono numeri legati alla visione complessiva della valle dell’idrogeno, non a una prima fase che ha appena perso un quarto della sua potenza. Le fonti disponibili non dicono se le stime occupazionali siano state ricalcolate dopo il taglio, né come si distribuiscano tra le diverse fasi. Ed è qui che la questione smette di essere tecnica e diventa politica. L’Europa ha deciso di finanziare l’idrogeno verde dove l’energia costa meno, e ha messo il proprio sigillo su questo impianto. Se però la rete non segue, chi risponde ai lavoratori e alle imprese di Huelva che hanno fatto affidamento su quei numeri? E quanti altri progetti di “interesse comune” si fermeranno allo stesso punto, non per mancanza di fondi, ma per mancanza di un allacciamento?




