Il 70% dei moduli si dismette prima dei 25-30 anni, ma senza test la qualità resta incoerente.
Immaginate un impianto fotovoltaico sul tetto di casa: dieci o quindici anni di produzione, poi le celle perdono efficienza e arriva il momento di sostituire i moduli. Il vetro è ancora lì, ma qualcuno bussa alla porta e si offre di ritirarli, anche senza fare un test. È il nuovo mercato dei pannelli usati. Dietro l’angolo, però, c’è una regola che cambia tutto, come ha spiegato lo scorso agosto l’articolo di pv magazine dedicato al riciclo solare: l’Appendice G dello standard R2v3, che obbliga a tracciare i moduli fotovoltaici quando vengono dismessi.
Il paradosso del pannello usato
Solar Panel Recycling (SPR), marchio globale del riciclo solare, dice di ricevere circa 10-15 richieste a settimana da aziende che vogliono acquistare pannelli usati senza curarsi di condizioni, test, marca o modello. In pratica, c’è chi è disposto a ritirare qualsiasi modulo, anche senza sapere se funziona davvero. La domanda di pannelli di seconda mano sembra insomma robusta, ma è una domanda poco esigente.
Il problema è che la qualità reale non è affatto scontata. Uno studio pubblicato su Nature Communications stima che circa il 70% dei moduli fotovoltaici venga dismesso prima di raggiungere la fine della propria vita utile di progetto, intorno ai 25-30 anni, e che molte unità rigenerate presentino una degradazione di potenza del 10-20% e una qualità incoerente. Il pannello che qualcuno vuole comprare al buio, insomma, potrebbe valere molto meno di quanto promette. E il riuso non qualificato ha un costo altrove: molti paesi a basso e medio reddito mancano dell’infrastruttura per riciclare il fotovoltaico a fine vita, quindi i moduli donati rischiano di essere lavorati in aree di riciclo informale con tutele minime per i lavoratori e per l’ambiente.
Il tesoro nel vetro e la scadenza del 2027
Se il riuso è così richiesto, perché tanti moduli finiscono comunque in reti di smaltimento poco trasparenti? La risposta sta nel valore nascosto dei materiali. Già nel maggio 2026, secondo Science Bulletin, l’argento costituiva circa lo 0,5% della massa di una cella solare ma rappresentava il 47% del suo valore di riciclo. Il vetro, dal canto suo, pesa per il 65-80% della massa del modulo. Smaltire male un pannello significa buttare via argento, rame, alluminio e vetro che hanno un valore misurabile, non rottami senza prezzo.
Il riciclo, insomma, vale. E comincia anche a costare meno al proprietario dell’impianto: SPR riferisce che la commissione di riciclo per chi possiede gli impianti è scesa di quasi il 42% dal 2018, mentre l’azienda ha investito 12 milioni di dollari quest’anno in una nuova tecnologia per il vetro. Soldi che servono proprio perché il vetro, da solo, è la parte più ingombrante del modulo e va lavorato bene per evitare che finisca in discarica.
Sul fronte delle regole, la mossa è già stata impostata. Secondo SERI, la prima appendice specifica per un materiale dello standard R2v3 è stata aggiunta all’inizio del 2024: si tratta dell’Appendice G, dedicata ai moduli fotovoltaici. Gli impianti R2 che trattano moduli fotovoltaici, però, non dovranno includere l’Appendice G nel proprio campo di applicazione fino al 31 gennaio 2027. Da quella data, il tracciamento diventerà il confine tra un riciclo certificato e un semplice trasferimento di rifiuti fuori controllo.
La scelta informata: non tutti i riciclatori sono uguali
Con questi numeri, la domanda per chi ha un impianto diventa pratica: come si sceglie un riciclatore affidabile? Un criterio misurabile esiste. Il processo descritto da SOLARCYCLE, ad esempio, recupera il 96% del valore da argento, rame, alluminio, vetro e altri minerali critici, con il 100% di diversione dalla discarica. È un parametro concreto, non una promessa generica: chiede chi ritira i moduli di dimostrare cosa riesce a recuperare davvero.
Per chi ha un impianto o deve smaltire moduli, la regola resta semplice: chiedere se il riciclatore è certificato R2v3 con Appendice G. Non è burocrazia: è la differenza tra un pannello che finisce in una discarica informale nel Sud del mondo e materiali che tornano davvero in circolo.




