Lo studio di Exeter dimostra che l’idrogeno dai pannelli galleggianti è più efficiente per il riscaldamento domestico che per i

Mentre il governo britannico continua a scommettere miliardi sull’idrogeno per decarbonizzare camion e aerei, c’è un bacino idrico nel Sud-Ovest dell’Inghilterra che potrebbe raccontare una storia molto diversa. Ed è una storia che qualcuno, a Westminster, forse preferirebbe non ascoltare. Uno studio pubblicato nei giorni scorsi dall’Università di Exeter ha messo nero su bianco numeri che suonano come una provocazione: l’idrogeno prodotto con pannelli solari galleggianti sui nostri bacini idrici è molto più utile se lo destiniamo al riscaldamento domestico, non ai trasporti. Il problema è che i finanziamenti, le dichiarazioni politiche e l’intero impianto narrativo della transizione puntano esattamente nella direzione opposta.

Il miraggio dell’idrogeno verde nei trasporti

Da anni ci raccontano che l’idrogeno verde sarà il carburante del futuro. Camion, navi, aerei: tutto ciò che non si può elettrificare con una batteria, si dice, funzionerà a idrogeno. È una narrazione rassicurante, che permette di rinviare scelte più radicali senza ammettere che stiamo solo spostando il problema. Lo studio di Exeter, però, introduce un dato scomodo. I ricercatori hanno analizzato le prestazioni dei sistemi fotovoltaici galleggianti – con e senza inseguimento solare – e hanno esteso l’analisi al potenziale di produzione di idrogeno usando l’elettricità generata da questi impianti. Il risultato è netto: l’utilizzo dell’idrogeno per la produzione di calore offre il potenziale maggiore, semplicemente perché comporta meno perdite di conversione energetica rispetto alla generazione di elettricità o alle applicazioni nei trasporti. Ogni passaggio in cui trasformi l’energia, perdi qualcosa. E nei trasporti i passaggi sono molti di più che in una caldaia. Ma se l’idrogeno è più utile per scaldare le case, perché continuiamo a scommettere sui trasporti?

Quando i numeri parlano chiaro

I numeri del Killington Reservoir raccontano una storia che non lascia molto spazio alle interpretazioni. Con il massimo dispiegamento possibile di fotovoltaico galleggiante, l’impianto potrebbe generare circa 61 GWh all’anno di elettricità. Tradotto in idrogeno, significa fino a 869.149 chilogrammi all’anno con i sistemi a pannelli bifacciali. Ma è quando si guarda al calore che il dato diventa impressionante: quell’idrogeno potrebbe fornire fino a 26.071 GWh all’anno di calore. Un’enormità, se si considera che stiamo parlando di un singolo bacino.

E non è tutto. C’è un effetto collaterale che nell’Inghilterra delle estati sempre più secche e degli inverni sempre più imprevedibili dovrebbe far drizzare le antenne a chiunque si occupi di sicurezza idrica: con la massima copertura di pannelli galleggianti, il risparmio idrico annuale da evaporazione potrebbe raggiungere circa 1,96 milioni di metri cubi. Acqua che resta nel bacino, disponibile per usi civili e agricoli, invece di evaporare sotto il sole. Il team guidato da Aritra Ghosh lo definisce «il volume significativo di acqua che potrebbe essere conservato attraverso la ridotta evaporazione sotto gli array fotovoltaici galleggianti». È il classico esempio di come una soluzione ben progettata possa produrre benefici multipli: energia rinnovabile, idrogeno pulito, calore per le case e acqua preservata. Tutto nello stesso spazio, senza consumare suolo agricolo e senza le polemiche che accompagnano i parchi solari a terra.

Questi dati sollevano una domanda scomoda: quali settori dovrebbero davvero utilizzare l’idrogeno? Non è una questione accademica. È la domanda che determinerà dove andranno a finire decine di miliardi di investimenti pubblici e privati nei prossimi dieci anni. Se l’efficienza indica il riscaldamento, ma i soldi vanno ai trasporti, stiamo costruendo un sistema che nasce con un vizio di forma.

Il nodo politico: chi vince e chi perde

Se l’efficienza indica il riscaldamento, la politica indica altrove. E non è difficile capire perché. Destinare idrogeno al riscaldamento domestico significa mettere in discussione l’infrastruttura del gas naturale, un sistema su cui poggiano interessi consolidati: utility, gestori di rete, manutentori, filiere industriali che campano sull’estrazione e la distribuzione del metano. Riconvertire le reti gas all’idrogeno è tecnicamente possibile, ma costoso e politicamente rischioso. Molto più comodo continuare a parlare di idrogeno per i trasporti, un settore dove le lobby dell’automotive e dell’aviazione possono negoziare incentivi e deroghe senza toccare l’impianto del riscaldamento domestico, che resta saldamente ancorato al gas.

C’è poi un problema di narrazione. L’idrogeno per i trasporti è un’idea che suona bene: pulita, tecnologica, proiettata al futuro. L’idrogeno per scaldare i termosifoni è molto meno glamour, anche se i numeri dicono che funziona meglio. E in politica, si sa, la percezione conta più della termodinamica. Ma quando un’università pubblica ti presenta dati che mostrano un potenziale di 26.071 GWh di calore da un solo bacino, ignorarli non è più una scelta neutrale: è una decisione attiva che favorisce alcuni settori e ne penalizza altri. La transizione energetica è una partita a scacchi in cui le mosse le fanno i governi, ma la scacchiera è inclinata dai rapporti di forza esistenti.

Il punto non è se il fotovoltaico galleggiante possa produrre idrogeno rinnovabile – lo studio dimostra che può farlo, e bene. Il punto è se abbiamo il coraggio di usarlo dove serve davvero, invece di piegarlo a una narrativa che rassicura le industrie di sempre. Mentre il governo insegue l’idrogeno per i trasporti, una soluzione più efficiente galleggia sui nostri bacini. La domanda non è se possiamo, ma se vogliamo.