Vestas raggiunge 16 GW di ordini, ma i 600 milioni di oneri offshore mostrano il costo reale.

Nel podcast di Wind Power Monthly prodotto da Inga Marsden e pubblicato lo scorso 21 agosto, Eize de Vries parte da una domanda scomoda: gli OEM che oggi riempiono i libri ordine saranno gli stessi che avranno successo nel prossimo decennio? Non è una questione accademica. Basta guardare al terzo trimestre di Siemens Gamesa: 600 milioni di euro di oneri aggiuntivi legati a costi di prodotto più elevati nell’offshore. Il tema non è se si vende, ma a quale prezzo reale lo si fa.

Il conto che non si vede

Il caso Siemens Gamesa dà concretezza al problema. Secondo la nota di Siemens Energy, entrambi gli effetti portano a oneri aggiuntivi di 600 milioni di euro nel terzo trimestre. Tradotto nel linguaggio dell’industria eolica: i costi di prodotto più elevati nell’offshore non sono un incidente di percorso, ma un vincolo strutturale che si scarica sui conti anche quando il portafoglio ordini cresce.

È qui che la riflessione di de Vries diventa operativa. Il podcast non discute se le turbine vengano vendute, ma quale mentalità debbano adottare i vertici delle aziende produttrici di turbine per essere commercialmente sostenibili. La scala di per sé non basta: serve la capacità di assorbire gli oneri che emergono quando i progetti offshore passano dalla firma alla produzione e alla messa in opera.

Classifiche di volumi, classifica di sopravvivenza

I numeri del 2025 mostrano due classifiche parallele, e non sempre sovrapponibili. Secondo Wood Mackenzie, la raccolta ordini globale ha raggiunto 215 GW, il secondo valore più alto di sempre, e i produttori cinesi hanno dominato la classifica occupando otto delle prime dieci posizioni. Goldwind è al primo posto, seguita da Envision e Windey. Vestas ha guidato i produttori non cinesi con 16 GW di ordini; Nordex ha registrato un record di 10 GW a livello globale.

Fuori dalla Cina il quadro cambia. Secondo i dati GWEC, nel 2025 i primi cinque fornitori per capacità installata fuori dalla Cina continentale sono stati Vestas (12,9 GW), Nordex Group (7,7 GW), GE Vernova (5,8 GW), Siemens Gamesa (5,4 GW) ed Envision (4,2 GW). Lo stesso GWEC segnala che i produttori cinesi hanno occupato per la prima volta i primi cinque posti globali per installazioni. La leadership cinese negli ordini globali è ormai strutturale, ma sui mercati maturi i leader occidentali tengono la prima linea.

E i conti, in questo frangente, contano. Nel 2026, Vestas ha mantenuto la guidance: ricavi attesi tra 20 e 22 miliardi di euro e margine EBIT di gruppo del 6-8%. È un segnale di tenuta, ma non chiude la domanda di de Vries. I volumi ordinati nel 2025 possono riempire i libri contabili; la vera partita è se quelle commesse genereranno margini sostenibili quando diventeranno turbine installate, con i costi di prodotto e di rampa dell’offshore già emersi nel conto di Siemens Gamesa.

Chi installerà domani

Se i volumi non bastano, cosa deve guardare chi progetta o gestisce un parco eolico? Probabilmente non la classifica degli ordini del 2025, ma la capacità del produttore di assorbire i costi reali dell’offshore e di mantenere margini prevedibili. La domanda che resta aperta non è chi ha venduto di più, ma chi avrà la disciplina per restare redditizio quando i GW ordinati saranno diventati turbine operative.

Per chi installa o gestisce pale eoliche, la classifica degli ordini conta meno della capacità del produttore di assorbire i costi reali dell’offshore e mantenere margini prevedibili. La domanda non è chi ha venduto di più nel 2025, ma chi avrà la mentalità per restare redditizio nel 2030.