La utility locale rileva la maggioranza del progetto da 165 MW, ma European Energy resta: nodo garanzie pubbliche
Estate 2026, molti in ferie: TotalEnergies esce dal progetto eolico di Lillebælt Syd e la utility locale SONFOR ne assume la maggioranza. L’annuncio, pubblicato il 20 agosto scorso da SONFOR stessa, ha un contenuto molto concreto: il parco resta un progetto da 165 MW, con undici turbine da 15 MW e una produzione annua prevista di circa 650 GWh. Per chi vive vicino allo specchio di mare dove dovrebbero sorgere le torri, la domanda è immediata: adesso chi porta avanti il progetto?
Un gigante esce, il territorio entra
La risposta, per ora, si chiama SONFOR. La utility ha assunto la maggioranza delle quote nella società che porta avanti il progetto e ha avviato una verifica delle possibilità di continuare con un nuovo partner operativo. La transazione è stata formalmente approvata lo scorso 21 agosto nelle assemblee straordinarie di SONFOR Vedvarende Energi A/S e SONFOR Holding A/S. Il secondo partner, European Energy, non vuole uscire: come ha dichiarato Kjeld Stærk nella nota di SONFOR, la società vuole proseguire il progetto insieme alla utility locale. Resta da capire perché un colosso energetico abbia mollato un progetto già avviato.
Perché 165 MW non bastano più
La risposta a quella domanda arriva dai numeri e dalle mosse globali di TotalEnergies. TotalEnergies, in una nota inviata a EnergiWatch, ha spiegato che la scala dimensionale è sempre più decisiva per la sostenibilità economica dei progetti eolici offshore, e per questo si concentra su impianti più grandi dei due progetti near-shore negli stretti, rispettivamente da 240 e 165 MW. La matematica è brutale: se i costi fissi non scendono in proporzione, un parco piccolo fatica a ripagarsi. Non è un giudizio teorico: secondo la nota diffusa il 20 dicembre 2024, la società aveva rilevato l’85% del capitale del progetto offshore Jammerland Bay da 240 MW e il 72,2% del capitale del progetto costiero Lillebælt South da 165 MW. Adesso quella quota non rientra più nelle priorità del gruppo.
La stessa logica ha spinto il gruppo a chiudere la partita americana. TotalEnergies ha firmato accordi transattivi con il Dipartimento dell’Interno degli Stati Uniti per restituire le concessioni di Carolina Long Bay e New York Bight, entrambe assegnate nel 2022, e come conseguenza non svilupperà più progetti eolici offshore negli Stati Uniti. Non è un problema locale danese: è una strategia globale che premia i parchi grandi e lascia indietro quelli piccoli, anche quando si trovano vicino alla costa. Nel frattempo, il mercato danese ha mandato un segnale altrettanto chiaro: già a dicembre 2024, l’asta danese per l’eolico offshore era fallita con zero offerenti, costringendo lo Stato a introdurre garanzie di prezzo fisso e sussidi per il round successivo. Per i nuovi parchi Nordsøen Midt e Hesselø, lo Stato garantisce un prezzo fisso per l’energia prodotta, con un tetto di pagamento netto rispettivamente di 15,7 e 21,9 miliardi di corone. Il messaggio è semplice: senza una rete pubblica di garanzie, i progetti rischiano di non partire, indipendentemente dalla buona volontà locale.
Il vero banco di prova è la fiducia
Torniamo al Lillebælt, dove la domanda non è più “se” ma “a quali condizioni”. SONFOR ha già avviato la ricerca di un nuovo partner operativo, European Energy vuole restare e le garanzie pubbliche introdotte dopo il flop dell’asta del 2024 mostrano che il clima è cambiato. Resta da capire se un progetto near-shore da 165 MW potrà ottenere condizioni simili a quelle pensate per i gigaparchi Nordsøen Midt e Hesselø, o se dovrà reggersi soprattutto sulla fiducia tra utility locale, territorio e un partner privato disposto a scommettere su scala ridotta. La partita, insomma, non è più se il parco si farà, ma a quali condizioni: scelte concrete su partnership e garanzie, non promesse.




