L’intesa con il porto di Ardersier estende la presenza cinese nella logistica eolica del Mare del Nord

Le fondamenta di Hornsea 3, Moray West e Inch Cape sono già cinesi. Le turbine di Mingyang, invece, in Europa girano solo a Taranto. Ora Dajin Heavy Industry ha firmato un memorandum d’intesa con il porto di Ardersier, in Scozia, gestito da Haventus: il paradosso dell’eolico offshore europeo è tutto in questa asimmetria.

La banchina scozzese del gigante cinese

Un memorandum d’intesa non è un contratto: è un’intenzione, sottoposta a verifiche e negoziati successivi. Nel caso di Dajin, però, l’impegno è abbastanza definito da indicare una direzione. Le due parti, si legge nell’annuncio, svilupperanno congiuntamente un hub logistico per l’eolico offshore in Scozia. La società, quotata sia a Shenzhen sia a Hong Kong, definisce Ardersier un altro punto d’appoggio logistico nella regione europea del Mare del Nord, dopo il progetto del porto tedesco di Cuxhaven.

Proprio il precedente tedesco mostra che non siamo di fronte a un episodio isolato. Secondo quanto pubblicato il 4 dicembre 2025 da offshorewind.biz, Dajin Heavy Industry e Briese Schiffahrts, operatore tedesco di navi heavy lift e proprietario di un terminal nel porto di Cuxhaven, hanno firmato un memorandum d’intesa per servizi di marshalling eolico offshore nel porto tedesco. L’accordo scozzese ricalca quel modello, ma lo sposta in un territorio più sensibile: un ex cantiere di fabbricazione per petrolio e gas, al centro di una disputa sugli investimenti cinesi, ha ottenuto il permesso di ampliare il sito. In altre parole, la banchina che dovrebbe ospitare i componenti eolici è già un punto di frizione politica, prima ancora che logistica.

Ma l’accordo va oltre il semplice uso di un piazzale: è un test su chi controllerà pezzi della catena logistica del Mare del Nord.

Chi vince e chi perde

Per capire chi vince, conviene guardare a ciò che Dajin ha già portato in Europa. La società ha fornito fondazioni per diversi progetti europei, tra cui Hornsea 3 nel Regno Unito e i parchi scozzesi Moray West e Inch Cape. Non è un fornitore marginale: è già dentro la spina dorsale dei grandi progetti del Mare del Nord. L’intesa con Haventus estende questo ruolo. Le due parti collaboreranno per identificare nuove opportunità commerciali e valutare l’uso di Ardersier per stoccaggio, marshalling, assemblaggio e trasporto di componenti eoliche offshore. È la parte meno visibile ma più delicata della catena: chi controlla i piazzali e i flussi logistici controlla i tempi e i costi di installazione.

Chi perde, o almeno chi resta fuori, è ancora più interessante. Mentre le fondazioni cinesi sono già nei progetti britannici e scozzesi, la tecnologia delle turbine eoliche offshore di Mingyang è utilizzata in Europa solo nel parco eolico italiano di Taranto. La differenza non è tecnica: Dajin fabbrica, stocca e spedisce componenti per Hornsea 3, Moray West e Inch Cape; Mingyang, invece, non è riuscita a trasformare la propria presenza a Taranto in una testa di ponte per il resto del continente.

Ma se i componenti cinesi sono ormai dentro il Mare del Nord, perché le turbine non lo sono? La risposta non è tecnica.

La porta girevole della geopolitica

Il nodo è politico. I produttori cinesi di turbine eoliche si stanno espandendo in Europa, ma tensioni geopolitiche, preoccupazioni per la sicurezza e politiche industriali stanno complicando il loro ingresso nel mercato eolico offshore della regione. La mossa di Dajin si inserisce esattamente in questa tendenza: le aziende eoliche cinesi spingono verso l’Europa, e ogni memorandum, ogni banchina, ogni cantiere viene letto anche come un segnale sull’atteggiamento dei governi europei verso Pechino. Non è un caso che il sito di Ardersier sia al centro di una disputa sugli investimenti cinesi.

Finora la porta è aperta per i componenti, chiusa per le turbine. È un equilibrio fragile, perché la logistica non è neutra rispetto alla tecnologia: se un porto scozzese accetta di stoccare, assemblare e spedire componenti Dajin, diventa più difficile spiegare perché non possa fare lo stesso con le turbine di Mingyang o di un altro produttore cinese. Il memorandum di Ardersier non impegna né il governo britannico né le utility europee, ma sposta il confine di cosa è considerato accettabile nella catena di fornitura.

Se i porti scozzesi si aprono ai giganti cinesi delle fondazioni, per quanto ancora le loro turbine resteranno relegate a un solo parco italiano?

È la domanda che resta dopo il memorandum. Per ora, Ardersier è un pezzo di logistica; ma nel Mare del Nord la logistica è la porta d’ingresso della tecnologia. E quando la porta si sposterà dalle fondazioni alle turbine, il paradosso di Hornsea 3 e Taranto potrebbe trasformarsi in una decisione politica esplicita, con vincitori e vinti ben più netti di quelli che oggi si intravedono nelle carte di un memorandum.