Il decreto FER2 prevede 35,3 miliardi per 4,6 GW, ma senza calendario delle aste i progetti restano sulla carta

L’Italia ha una pipeline molto ampia di progetti eolici offshore, in larga parte basati su tecnologie galleggianti. Numeri da primato europeo. Ma il passaggio dai GW sulla carta agli impianti effettivamente finanziati e costruiti resta complesso: incidono maturità e costi della tecnologia, a cui si affianca la necessità di un quadro regolatorio. A fine agosto, nella discussione con esperti di WindEurope e del Politecnico di Torino sulle condizioni per avviare l’eolico offshore nel Paese, QualEnergia ha ricostruito i tasselli mancanti.

Nel frattempo, il primo vero impianto eolico offshore galleggiante del Mediterraneo è stato inaugurato in Francia, vicino a Marsiglia. Lì le folate più intense arrivano dal Mistral nel golfo di Marsiglia. Nei mari italiani, per ora, si segnalano solo piccoli passi avanti. I progetti restano sulla carta. La distanza tra la pipeline annunciata e l’energia prodotta è la questione aperta.

Il conto del ritardo

Il decreto FER2 proposto dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica punta a sostenere la costruzione di 4,6 GW di nuova capacità rinnovabile entro la fine del 2028. La misura sarà in vigore fino al 31 dicembre 2028 e sarà finanziata attraverso un prelievo dalle bollette elettriche dei consumatori finali. L’importo massimo stanziato è di 35,3 miliardi di euro. Ma, come fa notare WindEurope, l’Italia non ha ancora approvato il decreto che stabilirà il calendario delle aste. Le risorse sono impostate; il calendario no.

Il costo di questo stallo è quantificato. Secondo lo studio del Politecnico di Torino, nello scenario di ritardo il valore aggiunto generato scenderebbe da oltre 56 a circa 25 miliardi di euro. Il gettito fiscale passerebbe da 25 a circa 11 miliardi. L’occupazione sostenuta scenderebbe da oltre 800 mila a circa 399 mila unità di lavoro standard. Tradotto: ogni mese senza decisione dimezza valore aggiunto, entrate per lo Stato e posti di lavoro. Non è un annuncio politico, è un calcolo su scenari riferiti alla situazione portuale e logistica italiana.

Se le risorse potenziali ci sono, la partita non si gioca sul se ma sul quando. E il quando, per adesso, non c’è.

Porti pronti, concorrenza che scappa

L’Italia ha già indicato i luoghi della possibile filiera. Il bando firmato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e dal MIT ha selezionato i porti di Augusta e Taranto come hub principali, con Brindisi e Civitavecchia come supporto. Sono previsti oltre 78 milioni di euro per l’assegnazione tramite decreto ministeriale del MASE. Uno studio dedicato al settore portuale e logistico italiano segnala poi la necessità di individuare modalità cantieristiche innovative, i cosiddetti HUB.

Nel frattempo la concorrenza non sta a guardare, ma nemmeno avanza in modo lineare. La Norvegia ha posticipato la sua prima gara per l’eolico offshore galleggiante, il sito “Utsira” da 1,5 GW. È un rinvio, non una cancellazione: il segnale, secondo WindEurope, è che anche i Paesi più attrezzati stanno rivedendo i tempi. Per l’Italia il nodo è diverso. I porti sono scelti, i fondi risultano previsti, gli studi sui cantieri HUB sono stati impostati. Ma senza decreto FER2 approvato non c’è calendario delle aste. E senza aste, i gigawatt restano sulla carta.

Augusta e Taranto aspettano. La Francia produce, la Norvegia rinvia. Resta da capire se il decreto arriverà prima che il vantaggio competitivo si trasformi in svantaggio strutturale.