In Germania le prime tariffe sono scadute a fine 2020 e il resto d’Europa ha seguito lo stesso percorso
C’è un momento nella vita di ogni turbina eolica che quasi nessuno nota in bolletta: il giorno in cui compie vent’anni e perde le tariffe garantite. In Germania quel momento, per migliaia di impianti, è arrivato già a fine 2020. E il resto d’Europa ha seguito a ruota: secondo l’analisi pubblicata da Windpower Monthly, entro la fine del 2025 quasi 40 GW di turbine eoliche europee avevano già raggiunto o superato i vent’anni.
La pensione silenziosa delle pale
Il punto di svolta è la Germania, il Paese in cui la scadenza delle tariffe garantite ha colpito per primo e con più forza. Alla fine del 2020, per la prima volta, è scaduto il diritto alla tariffa EEG per gli impianti installati fino al 2000: secondo uno studio di WindGuard, si trattava di circa 3.800-4.000 MW di capacità. Negli anni successivi, sempre secondo la stessa fonte, si aggiungevano in media 2.300-2.400 MW all’anno fino al 2025.
Ogni turbina che supera quella soglia deve scegliere: continuare a produrre senza le vecchie garanzie, allungare la vita dell’impianto o sostituire le macchine con modelli nuovi e più efficienti. Qualcosa si muove: nel 2020, secondo WindEurope, la Germania ha rappresentato la maggioranza dei 345 MW di progetti di repowering completati in Europa. Ma è una goccia rispetto alla platea di pale ormai fuori incentivo: nello stesso periodo in cui scadevano le tariffe per migliaia di megawatt, i progetti rinnovati in tutto il continente valevano poche centinaia di megawatt. Quanti di questi impianti vengono davvero rinnovati?
Il potenziale inespresso del repowering
La risposta è scomoda. Secondo i dati raccolti da WindEurope, meno del 10% delle turbine eoliche giunte a fine vita era stato ripotenziato; la maggior parte dei parchi onshore che arrivavano a vent’anni otteneva una semplice proroga della vita utile invece del ripotenziamento. Il confronto però è impietoso: come ha calcolato WindEurope, in media il repowering di un parco eolico più che raddoppia la capacità di generazione in MW e triplica la produzione elettrica, perché le nuove turbine producono più energia per unità di capacità. In pratica, lo stesso sito passa a produrre tre volte l’elettricità di prima.
L’analisi di WindEurope su 137 progetti ripotenziati in Europa lo conferma caso per caso: in media il numero di turbine è diminuito del 27%, la capacità installata è raddoppiata e la produzione elettrica è triplicata. Tradotto per chi vive vicino a un parco: meno pale all’orizzonte, meno suolo occupato, meno macchine da manutenere e più elettricità immessa in rete. Il potenziale inespresso non è solo europeo. Negli Stati Uniti, nel 2020, 33 progetti per un totale di 1.827 turbine e 3.087 MW sono stati oggetto di repowering parziale, secondo il Lawrence Berkeley National Laboratory. E in Cina, secondo le previsioni di Wood Mackenzie, il potenziale di repowering eolico dovrebbe raggiungere 24 GW entro il 2030.
E allora chi si sta muovendo per cogliere questa opportunità?
La corsa silenziosa dei costruttori
Il mercato ha già iniziato a muoversi. Basta guardare un progetto documentato da Vestas: la sostituzione di quattro turbine da 1,5 MW con sei modelli V126-3.45 MW triplica la capacità installata del parco. È la dinamica competitiva tipica del settore: i costruttori vincono gli ordini di repowering prendendo il posto dei modelli più vecchi dei concorrenti e ampliando la capacità del sito. Resta da vedere se basterà a sbloccare i progetti fermi.
Il senso per chi vive vicino a un parco eolico è piuttosto concreto: quando una turbina vecchia viene sostituita, il territorio produce più energia con meno pale. Vale la pena guardare l’età degli impianti vicino a casa: è lì, più che nelle grandi dichiarazioni, che la convenienza del repowering diventa visibile.




