C’è un momento in cui un’azienda o un’amministrazione deve scegliere una turbina eolica. Guarda i costi, i tempi, la manutenzione. Quasi mai guarda dentro la navicella, dove un magnete permanente può decidere se quella commessa resterà in Europa o finirà in Cina. Eppure è lì che si sta giocando una partita industriale molto più grande. Secondo l’analisi dell’European Council on Foreign Relations, pubblicata a luglio 2025, la Cina rappresenta oltre il 60% del valore manifatturiero globale delle turbine eoliche. Il che significa che chi compra una turbina, nella maggior parte dei casi, finanzia un’economia esterna all’Europa.

La domanda che parte da una scelta d’acquisto

Perché le turbine europee stanno perdendo terreno? Chi compra o finanzia un parco eolico sa davvero chi produce le pale che poi paga in bolletta? Le aziende europee producono ancora la maggior parte delle turbine eoliche del continente, ma stanno perdendo potere di mercato. Non è solo una questione di prezzo: il problema sta in un componente che quasi nessuno cita nei bandi di gara e che quasi mai compare nei confronti tra modelli, perché non si vede e non fa rumore. È il magnete permanente.

Il magnete che decide la partita

La Cina controlla il 90% della produzione mondiale di magneti permanenti e il 62% dell’estrazione globale di terre rare. Sono i numeri che emergono dalla stessa analisi dell’ECFR. Oltre il 90% dei magneti permanenti dell’UE è prodotto in Cina, e i magneti permanenti sono il componente delle turbine eoliche per cui l’Europa ha la dipendenza più forte e più acuta dalla Cina, estesa a tutta la catena del valore, inclusa l’estrazione e la lavorazione delle terre rare.

La capacità produttiva globale racconta la stessa storia con numeri altrettanto netti. La Cina da sola rappresenta il 60% della capacità produttiva mondiale di turbine eoliche; l’Europa detiene il 19% e gli Stati Uniti il 9%. Già nel 2024, per la prima volta, nessun produttore occidentale di turbine eoliche si è classificato tra i primi tre fornitori mondiali. Quando un solo Paese controlla materia prima, lavorazione e quota maggiore di produzione, il margine per competere sul prezzo si riduce quasi a zero, indipendentemente da quanto siano efficienti gli stabilimenti europei.

E poi c’è la storia del solare tedesco, che dovrebbe fare da monito. Settantamila persone hanno perso il lavoro nell’industria solare tedesca. L’ECFR avverte che la Cina ha già eliminato l’industria solare europea e che l’eolico potrebbe essere il prossimo. Non serve essere esperti di geopolitica per capire che il precedente è ingombrante: lo stesso schema, componente per componente, materia prima per materia prima, si sta riproponendo quasi identico.

Che cosa può fare (davvero) l’Europa

Le decisioni già prese mostrano che il problema si sta trasformando in tagli concreti. Siemens Gamesa, uno dei produttori europei di punta, ha annunciato licenziamenti pari a circa il 15% della sua forza lavoro globale. Il CEO uscente Jochen Eickholt ha annunciato i licenziamenti in una lettera interna, mentre proseguiva lo stop alle vendite delle piattaforme eoliche onshore 4.X e 5.X. Tradotto: un produttore europeo non riesce a vendere alcune delle sue piattaforme e nel frattempo taglia i posti di lavoro. Non è la crisi di una singola azienda, è un segnale di sistema.

E la pressione non arriva solo dall’eolico. La nuova base industriale cinese nell’automotive, nelle tecnologie pulite e nell’aviazione civile compete direttamente con la base manifatturiera tedesca, come riporta il CER. Il punto non è se la transizione avverrà, avverrà comunque. Il punto è chi produrrà le tecnologie che la rendono possibile, e chi ne raccoglierà valore economico, posti di lavoro e gettito fiscale.

La scelta di una turbina eolica non è mai stata solo una questione di prezzo al megawatt. Dentro la navicella c’è un magnete, e dietro quel magnete c’è una filiera di terre rare, lavorazioni e capacità produttiva che le fonti descrivevano come quasi interamente in mani cinesi. Le prossime scelte di acquisto, da parte di aziende, amministrazioni e cittadini che finanziano le rinnovabili con le bollette, e le scelte di politica industriale decideranno se l’Europa avrà ancora un’industria del vento o farà la fine del solare.