L’acquisizione porta l’organico a circa 4.000 persone, mentre in Europa gli investimenti nel vento superano gli 11 miliardi di euro
Duecento nuovi colleghi, una fabbrica danese e un settore in movimento
Avete presente quando in azienda arriva la notizia di un’acquisizione e tutti si chiedono se toccherà a loro? In Danimarca è successo il contrario: più di 200 persone entreranno in KK Group, un produttore di soluzioni per l’energia, il controllo, il raffreddamento e il monitoraggio, attivo principalmente nel settore eolico. Lo racconta un articolo di EnergyWatch pubblicato il 3 agosto scorso.
L’operazione, precisa KK Group, riguarda uno specialista di alimentazione da terra, con 200 dipendenti. Dopo l’ingresso di questi oltre 200 nuovi colleghi, l’organico complessivo salirà a circa 4.000 persone. Non è una cifra da poco per un’azienda danese, e dà la misura di un settore in cui le commesse si traducono in assunzioni e linee produttive, non solo in annunci.
L’azienda, come riferito nel pezzo, punta alla crescita dei volumi e si espande con una nuova divisione. Al timone c’è Mauricio Quintana, descritto da A.P. Moller Holding come un leader industriale estremamente capace, con una forte attenzione al cliente e un talento nel costruire team motivati e performanti. Non un semplice amministratore delegato, insomma, ma una figura abituata a leggere le esigenze dei clienti e a tenere insieme le persone.
Sembra una buona notizia locale, fatta di posti di lavoro e produzione. Ma è anche il segnale di una partita europea molto più ampia: la corsa al vento si scontra con un paradosso.
Undici miliardi investiti nel vento e un paradosso cinese
Il conto europeo, intanto, è rilevante. Secondo WindEurope, l’industria eolica europea ha in corso investimenti per oltre 11 miliardi di euro per costruire nuovi impianti o ampliare siti esistenti in Europa. Questi investimenti significano fabbriche, commesse, fornitori e posti di lavoro, esattamente il tipo di ricaduta che si osserva nell’acquisizione danese.
Ma c’è l’altra faccia della medaglia. L’Unione europea rischia un nuovo tipo di rischio per la sicurezza energetica: la dipendenza dalle tecnologie rinnovabili cinesi. A indicarlo è il think tank ECFR, che mette in guardia da uno scenario in cui la decarbonizzazione porta alla deindustrializzazione dell’Europa, con perdita di posti di lavoro ed esportazioni europee.
Detto in parole semplici: investire tanto nel vento non basta se buona parte della tecnologia e dei componenti arriva da fuori. Il rischio è di sostituire la dipendenza dal gas con una dipendenza dalle apparecchiature rinnovabili cinesi, spostando il problema invece di risolverlo. Il nodo non è la capacità di installare pale e turbine, ma la capacità di produrre in Europa le tecnologie che servono per farlo. Per chi lavora in aziende come KK Group, questo significa che i posti creati oggi potrebbero non bastare a garantire l’occupazione futura, se le commesse europee finissero altrove.
Questo non rende meno positiva la notizia dei 200 nuovi colleghi in Danimarca, ma sposta la domanda: da dove arriveranno componenti e competenze per tutti gli impianti che l’Europa vuole costruire?
La crisi energetica come alleata? Il lungo periodo secondo chi produce
A fornire una bussola è lo stesso Mauricio Quintana. Il ceo di KK Group distingue tra breve e lungo periodo: nel breve termine, dice, una crisi energetica non è mai positiva per gli affari; nel lungo periodo, però, ci si augura che serva a sottolineare l’importanza di aumentare la capacità di energia rinnovabile.
È un criterio utile per leggere le prossime notizie industriali: non fermarsi ai numeri del trimestre, ma guardare dove vanno gli investimenti, chi li trasforma in posti di lavoro e chi controlla la filiera. La stessa crescita dei volumi e la nuova divisione annunciate da KK Group vanno lette in questa prospettiva, come tasselli di una strategia di lungo periodo più che come semplici comunicati aziendali.
La prossima volta che leggi di un’acquisizione o di una fabbrica eolica, non limitarti ai numeri: chiediti da dove arriveranno componenti e competenze. È lì che si decide se l’Europa si sta davvero rendendo indipendente o sta solo cambiando fornitore.




