Holland Hydrogen 1: miliardi e quattro anni per soli 200 megawatt di capacità.
308 megawatt installati contro 40 gigawatt promessi entro il 2030. Non serve una calcolatrice per capire che l’idrogeno verde europeo è, oggi, una promessa sulla carta. Lo scorso 12 agosto, un’analisi dell’Energy Industries Council ha aggiunto un altro tassello: meno del 10 per cento dei progetti europei di idrogeno verde previsti entro il 2030 ha raggiunto la decisione finale di investimento. Il dato dell’ACER è ancora più asciutto: la capacità installata di elettrolizzatori nell’Unione europea è di appena 308 MW, contro un obiettivo di 40 GW entro il 2030.
40 GW entro il 2030: la realtà è 308 MW
Il divario tra ambizione e realtà non è un dettaglio tecnico: è il cuore del problema. La decisione finale di investimento, la cosiddetta FID, è il punto in cui un progetto smette di essere una slide e diventa un impegno di capitale. È lì che l’idrogeno verde europeo si ferma. Dei 31 GW di idrogeno pianificati per il 2030, secondo l’Energy Industries Council solo il 10 per cento ha superato la decisione finale di investimento. L’EIC attribuisce la lentezza dell’installazione a molteplici fattori, e i numeri raccontano anche un’altra dinamica: più di 50 progetti di idrogeno rinnovabile risultavano cancellati nei diciotto mesi precedenti, stando ai dati diffusi a giugno. Non stiamo solo accumulando ritardi: stiamo smontando la pipeline. Ogni progetto che esce dalla lista non è un rinvio, è una capacità che non arriverà nel 2030. E il target, intanto, resta lì: 40 GW. Un obiettivo che, con questi numeri di partenza, richiederebbe un’accelerazione che l’Europa non ha mai mostrato.
Holland Hydrogen 1: un cantiere da 1,17 miliardi che ha bisogno di quattro anni
L’eccezione che conferma la regola è nei Paesi Bassi, dove Shell sta costruendo Holland Hydrogen 1, un impianto da 200 MW. Nel 2022 l’azienda lo presentò come il più grande impianto europeo di idrogeno rinnovabile, con operazioni attese nel 2025. La realtà è stata più lenta. Il cantiere, un investimento stimato in 1,17 miliardi di dollari, risultava quasi completato nella primavera scorsa, quando la società di rete Gasunie lo ha collegato a un idrogenodotto di 32 chilometri. Dalla decisione finale di investimento del 2022 sono passati circa quattro anni. Non è un’accusa a Shell: è il termometro di un settore. Se anche il progetto più avanzato richiede miliardi e quattro anni per arrivare a poche centinaia di megawatt, la distanza dai 40 GW non si misura in mesi, si misura in decenni.
La Cina guida con 33 miliardi: l’Europa non ha più la scusa della manifattura
Secondo l’Hydrogen Council, oltre 500 progetti di idrogeno pulito nel mondo hanno già superato la decisione finale di investimento, con 110 miliardi di dollari impegnati. E la Cina domina: sempre secondo l’Hydrogen Council, già a settembre 2025 guidava gli investimenti impegnati con 33 miliardi di dollari. C’è un alibi che va smontato. Spesso si dice che l’Europa non possa accelerare perché non produce abbastanza elettrolizzatori. I numeri non lo confermano: la capacità manifatturiera europea è stimata intorno a 8,49 GW all’anno, un livello che non rappresenta un vincolo per l’adozione dell’idrogeno. Il collo di bottiglia non è la fabbrica. È la decisione, il costo del capitale, la domanda incerta. Pechino non sta vincendo perché ha più tecnologia: sta vincendo perché ha già impegnato risorse mentre l’Europa discute di obiettivi.
Cosa succede ora a chi ha creduto nel REPowerEU e ai progetti già cancellati? L’idrogeno verde europeo rischia di diventare il simbolo di una transizione annunciata ma mai partita. I target restano, le risorse pubbliche in parte anche, ma il tempo corre. E se il divario tra il 2030 dichiarato e il 2026 reale è già di oltre cento a uno, la domanda non è se l’Europa perderà la corsa. È quanto costerà a cittadini e imprese restare agganciati a un obiettivo che, per ora, nessuno riesce a trasformare in megawatt.




