La dipendenza europea dal gas russo cala dal 45% al 12%, ma non è eliminata.

La bolletta del gas e i numeri che non tornano

Hai presente quella bolletta del gas che non scende mai quanto vorresti? Dietro c’è un numero che da solo spiega molto: nel 2025 l’Unione europea ha ancora importato 36 miliardi di metri cubi di gas russo. Lo confermano i dati ufficiali della Commissione europea, che raccontano una storia diversa dalla retorica del distacco: le percentuali sono scese, ma le quantità fisiche restano rilevanti. Il 12% di quota russa può sembrare un capitolo chiuso; in realtà è una percentuale calcolata su un totale ancora molto grande.

La quota di gas russo importato dall’UE è scesa dal 45% nel 2022 al 12% nel 2025; il petrolio russo è passato dal 27% di inizio 2022 al 2% nel 2025. Ma se guardiamo ai volumi assoluti, il quadro è meno rassicurante: ai 36 miliardi di metri cubi di gas si aggiungono 9,7 milioni di tonnellate di petrolio greggio e quasi 2.900 tonnellate di uranio arricchito o in forma di combustibile, dato preliminare, entrate nell’Unione lo scorso anno. In altre parole, il divorzio energetico da Mosca è stato parziale: la dipendenza si è ridotta, ma non è scomparsa.

Per chi paga una bolletta, questo non è un dettaglio da addetti ai lavori: le forniture che entrano in Europa influenzano l’offerta complessiva e, nei momenti di tensione, la disponibilità fisica del gas. Se una parte significativa continua ad arrivare da un fornitore con cui il rapporto è politicamente instabile, il margine di sicurezza si riduce anche quando le percentuali sembrano raccontare una storia rassicurante.

Ognuno per sé: chi perde quando gli Stati trattano da soli

La risposta non sta a Bruxelles, ma nelle cancellerie dei singoli Stati. In un’analisi pubblicata a maggio 2026 dall’ECFR emerge con chiarezza: secondo il monitoraggio, la maggior parte della diplomazia energetica è stata intrapresa dai singoli stati membri, e per questo gli europei stanno perdendo i benefici per la sicurezza energetica che deriverebbero da un’azione congiunta. In pratica, ogni governo ha cercato le proprie forniture alternative, firmando contratti bilaterali senza coordinarsi davvero con gli altri.

Il risultato è una frammentazione che pesa sulla sicurezza collettiva. Secondo l’ECFR Energy Deals Tracker, il 45% degli accordi energetici post-invasione tra l’UE e paesi terzi riguardava il settore del gas, con l’obiettivo di assicurare forniture alternative alla Russia. Quasi metà degli sforzi diplomatici, quindi, è rimasta ancorata alla ricerca di nuovi fornitori di gas, invece di costruire una strategia comune. Il paradosso è che, trattando da soli, gli Stati europei finiscono per competere tra loro e per indebolire il potere negoziale dell’Unione nel suo insieme.

La Cina avanza mentre noi discutiamo di gas

Mentre l’Europa litiga su chi compra cosa, dall’altra parte del mondo qualcuno ha già scelto. Secondo l’ECFR, la Cina domina le catene di approvvigionamento globali per le materie prime critiche e le tecnologie di energia verde. Questo significa che, mentre gli Stati membri negoziano singolarmente contratti per gas e petrolio, Pechino consolida il controllo sui minerali e sulle tecnologie necessarie alla transizione energetica.

Per un cittadino o un’impresa europea, il rischio è doppio: da un lato la sicurezza energetica resta esposta alle scelte di pochi fornitori; dall’altro, la capacità di costruire pale eoliche, pannelli e batterie dipende sempre più da catene di approvvigionamento controllate altrove. Se quelle catene sono dominate da un solo attore, ogni decisione presa altrove su esportazioni o prezzi si trasmette rapidamente ai mercati europei. Non serve essere esperti di geopolitica per capire che conviene guardare la provenienza dell’energia che paghi ogni mese.

La prossima volta che firmi un contratto per luce e gas, controlla la provenienza dichiarata delle forniture: oggi, più di ieri, la bolletta è anche una scelta geopolitica.