La Commissione Ue respinge il prezzo ETS per i generatori a gas: i costi ricadano solo sui beneficiari.
Un permesso di emissione della CO2 nell’Unione europea è quasi triplicato negli ultimi sei anni e a febbraio scorso viaggiava intorno a 70 euro per tonnellata. In Italia il gas ha coperto circa il 42% della generazione elettrica nel 2024, secondo i dati del Gestore dei Servizi Energetici, contro il 51,8% delle rinnovabili. Quando sono le centrali a gas a fissare il prezzo al margine, quel costo della CO2 finisce direttamente in bolletta. È da questa evidenza tecnica che nasce il decreto energia approvato dal governo italiano lo scorso 18 febbraio: oltre 3 miliardi di euro per rimuovere i costi del carbonio dalle bollette elettriche, come annunciato dal ministro dell’Energia Gilberto Pichetto Fratin.
Il contesto spiega perché Roma sia intervenuta con cifre così pesanti: a febbraio l’Italia aveva i secondi prezzi dell’elettricità più alti d’Europa per le aziende e i quarti per le famiglie. E i mercati avevano già iniziato a scontare la riforma: i prezzi italiani dell’elettricità per l’anno successivo erano scesi per la settima seduta consecutiva, perdendo quasi il 15% in quel mese proprio mentre i trader si posizionavano sul decreto.
Perché il carbonio pesa più del gas
Il meccanismo sotto il cofano è semplice e spietato. In Europa, il prezzo del gas determina il prezzo dell’elettricità ogni volta che le centrali a gas sono al margine: l’ultimo impianto chiamato a coprire la domanda fissa il prezzo per tutti gli operatori, indipendentemente dal loro costo di produzione. In un sistema dove il gas vale il 42% della produzione, questo significa che il costo del permesso ETS che il generatore a gas deve acquistare si trasferisce con un effetto moltiplicatore sul prezzo orario dell’energia. Non è un difetto di funzionamento: è il modo in cui il mercato è disegnato.
La riforma del mercato elettrico dell’UE del 2023-24 ha lasciato intatto il sistema di determinazione del prezzo marginale: Bruxelles ha scelto di non toccare l’architettura di base, puntando piuttosto su strumenti di copertura a lungo termine. Così, quando a febbraio il governo italiano ha deciso di intervenire, non lo ha fatto su quel meccanismo, ma solo sul costo del carbonio che lo attraversa. Resta però una domanda: se i prezzi all’ingrosso erano già scesi di quasi il 15% in un mese, perché servivano ancora 3 miliardi?
Bruxelles risponde: il costo non si cancella, si sposta
La risposta è arrivata da Bruxelles in due tempi. A marzo 2026 la Commissione europea ha messo sul tavolo la possibilità di rivedere il sistema di determinazione dei prezzi dell’elettricità, in cui i prezzi sono accoppiati a quelli del gas. Poi, ad aprile 2026, nella comunicazione di emergenza sugli aiuti di Stato che rispondeva all’iniziativa italiana, Bruxelles ha respinto l’uso del prezzo ETS come base per compensare i generatori a gas.
Il vincolo è più sottile di un semplice “no”. La Commissione ha stabilito che, quando le misure producono nuovi costi in bolletta, questi devono essere sostenuti solo dai consumatori che hanno beneficiato della misura adottata. In altre parole: il costo del carbonio non sparisce, viene ridistribuito. Chi non beneficia della rimozione non può essere chiamato a pagarla. Il che lascia aperti due nodi strutturali. Primo: finché il gas continuerà a determinare il prezzo dell’elettricità nelle ore di picco, ogni intervento sulla bolletta rischia di essere un palliativo che sposta il peso da una voce all’altra. Secondo: se i costi residui devono ricadere sui beneficiari, l’effetto netto per famiglie e imprese dipende interamente da come il governo sceglierà di ripartirli tra le diverse categorie di consumatori.
Cosa cambia davvero per chi paga la bolletta
Se il costo non sparisce, la domanda diventa: a chi giova davvero un decreto che tocca il costo del carbonio ma non il price coupling? Per le imprese italiane, che a febbraio pagavano l’elettricità più cara d’Europa dopo un solo altro Paese, il sollievo rischia di essere temporaneo. Per le famiglie, con la quarta bolletta più alta del continente, il conto non diventa automaticamente più leggero: dipende da come il taglio del costo del carbonio verrà distribuito tra le voci in bolletta e da chi, per regola europea, potrà essere chiamato a coprire gli eventuali nuovi costi.
La via d’uscita indicata dalla stessa riforma europea del 2023-24 è diversa: rendere le bollette più indipendenti dai prezzi all’ingrosso a breve termine attraverso contratti a lungo termine, PPA e contratti per differenza bidirezionali, che fissano il prezzo dell’energia su orizzonti pluriennali invece di lasciarlo esposto alla volatilità oraria del gas. È lì che si gioca la partita vera: non su un intervento una tantum che rinomina il costo del carbonio, ma sul modo in cui l’Europa sceglierà di formare i prezzi dell’elettricità. Il decreto da 3 miliardi è un tampone. Finché il gas resterà al margine, la bolletta italiana continuerà a essere esposta al prezzo della CO2; la vera uscita passa dai contratti a lungo termine e dalle rinnovabili, non da una manovra d’emergenza.




