La stretta USA sugli inverter esteri interroga l’Europa, dipendente dai produttori cinesi.

Chi sta progettando un impianto fotovoltaico in questi giorni si trova davanti a una domanda che fino a poco tempo fa sarebbe suonata da addetti ai lavori: l’inverter che sto per comprare, dove è stato prodotto? Non è una curiosità tecnica. Lo scorso 28 luglio gli Stati Uniti hanno cambiato le regole: i nuovi modelli di inverter connessi prodotti fuori dagli Usa sono di norma esclusi dall’autorizzazione della Federal Communications Commission (Fcc), l’autorità statunitense competente per le comunicazioni elettroniche.

La domanda che non ti aspetti quando scegli l’inverter

Il meccanismo della stretta americana è entrato in moto il 27 luglio, quando la Fcc ha aggiunto gli inverter di potenza di produzione estera alla “covered list” dei prodotti che non possono essere importati o venduti negli Stati Uniti se non hanno ottenuto l’approvazione condizionale del Department of Homeland Security e del Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti. Dal 28 luglio, quindi, i nuovi modelli di inverter grid-connected fatti fuori dagli Stati Uniti sono esclusi dall’autorizzazione Fcc, a meno che non incassino quell’approvazione condizionale.

Per capire quanto sia profondo il cambio di linea, basta un dato: nel 2020 solo il 7% delle spedizioni di inverter negli Stati Uniti proveniva da produttori con sede americana. Tutto il resto arrivava dall’estero. Una task force interagenziale ha motivato la stretta spiegando che i produttori stranieri di inverter, in particolare in Cina, potrebbero avere la capacità di causare interruzioni di corrente e instabilità della rete, con danni alle apparecchiature e possibili blackout.

A questo punto la domanda diventa: quanto siamo esposti anche in Europa?

Quanto dipendiamo dagli inverter cinesi

I numeri non lasciano spazio a dubbi. Secondo l’European Solar Manufacturing Council, l’80% dei nuovi sistemi solari europei dipende dagli inverter cinesi. Nel 2023, Huawei ha fornito da sola 115 GW di inverter in Europa. Nel 2024, l’80% di tutta la nuova capacità di inverter fotovoltaici installata era di origine cinese. Non è un’industria che si possa sostituire con un cambio di fornitore da un giorno all’altro.

Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, la capacità europea di inverter è solo leggermente superiore alla domanda e sostituire i prodotti cinesi non sarà semplice. Il mercato, del resto, è molto concentrato: le prime 10 aziende produttrici di inverter solari detenevano il 71% della quota di mercato globale nel primo semestre del 2025, secondo Wood Mackenzie. Quattro di queste hanno stabilimenti produttivi in Cina, Europa, India, Stati Uniti, Sud-est asiatico e Israele.

Davanti a questa dipendenza, Bruxelles ha già preso una decisione. Lo scorso 4 maggio è stata confermata la regola: i fondi UE gestiti direttamente dalla Commissione europea e da istituzioni come la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo non possono più essere usati per acquistare inverter solari cinesi. Il divieto non si applica agli acquisti diretti degli Stati membri né agli inverter cinesi già installati in Europa, che possono restare in funzione.

Cosa cambia per chi installa in Italia

Per chi sta firmando un contratto di installazione in Italia, la distinzione da tenere a mente è questa: il divieto europeo riguarda i fondi UE gestiti direttamente dalla Commissione e dalla BERS, non gli acquisti privati né quelli fatti direttamente dagli Stati membri. Quindi chi installa sul tetto di casa con fondi propri non ha un divieto europeo che gli impedisce di comprare un inverter cinese.

Ma la dipendenza resta alta e le regole stanno cambiando proprio mentre il mercato è concentrato in poche mani. Vale la pena di verificare non solo il prezzo, ma anche dove l’inverter viene prodotto e se chi lo vende garantisce assistenza sul territorio: quattro dei primi dieci produttori mondiali hanno stabilimenti in più continenti, Europa compresa, ma la situazione cambia da marca a marca. Informarsi sull’origine e sulla disponibilità di assistenza è il primo passo per una scelta che non si riveli fragile nei prossimi anni. Non bisogna farsi prendere dal panico, ma nemmeno firmare alla cieca: la provenienza del componente più delicato dell’impianto è diventata, anche in Europa, una questione concreta.