Il gruppo siderurgico ha già superato l’obiettivo rinnovabili per il 2030, con investimenti da 500 milioni di euro
Per chi fonde acciaio, la bolletta dell’energia non è una voce accessoria: può decidere se un impianto resta aperto o chiude. In provincia di Ferrara, il gruppo siderurgico italiano Feralpi ha scelto di rispondere con i pannelli solari. A fine luglio, Feralpi Group ed Enfinity Global hanno annunciato la messa in servizio di una nuova centrale solare da 15,5 MW nella provincia di Ferrara.
Il conto che non aspetta
La centrale è dotata di 26.572 pannelli bifacciali con sistemi di inseguimento solare e dovrebbe generare 23,3 GWh di elettricità pulita all’anno, destinati a coprire parte del fabbisogno energetico dei siti industriali del gruppo nel nord Italia. In termini di emissioni, si parla di circa 6.300 tonnellate di CO₂ in meno ogni anno. Cifre che aiutano a capire la scala: 26.572 pannelli, 23,3 GWh all’anno, 6.300 tonnellate di CO₂. Per un sito industriale nel nord Italia, non è un dettaglio. Ma questi numeri, da soli, non dicono se siamo di fronte a una svolta o a un’operazione di facciata: serve guardare il percorso.
Acciaio che si alimenta di sole: il paradosso che diventa strategia
Per capire se questi numeri sono solidi, bisogna allargare lo sguardo agli ultimi anni del gruppo. Nel 2025 Feralpi ha coperto il 56% del proprio fabbisogno energetico con energie rinnovabili: secondo gli analisti, entro il 2025 le fonti rinnovabili avevano già soddisfatto il 56% del fabbisogno, superando in anticipo l’obiettivo del 50% fissato per il 2030. Tradotto in pratica: più della metà dell’energia che il gruppo consuma arriva già da fonti rinnovabili, con cinque anni di anticipo rispetto al traguardo che si era dato. Nello stesso anno, le emissioni specifiche sono scese a 0.230 tonnellate di CO₂ equivalente per tonnellata (Scope 1, 2 e 3 core boundary), come si legge nel bilancio di sostenibilità di Feralpi.
Dietro questi numeri c’è un programma di investimenti: tra il 2023 e il 2025 il gruppo ha messo sul piatto oltre 500 milioni di euro per migliorare l’efficienza energetica, elettrificare i processi e ridurre le emissioni. Sul fronte degli impegni di lungo periodo, Feralpi ha annunciato l’obiettivo di ridurre le emissioni Scope 1, 2 e 3 del 90% entro il 2050 rispetto al 2022, con un traguardo intermedio del 50% sulle emissioni core entro il 2030. E l’accordo con Enfinity non nasce con questo impianto: già a settembre 2024, Enfinity Global e Feralpi Group avevano firmato un accordo di compravendita di energia solare (PPA) per la fornitura di 23 GWh all’anno in Italia, una quantità vicina alla produzione stimata dell’impianto appena entrato in servizio. La centrale da 15,5 MW, con i suoi 23,3 GWh stimati, è il pezzo concreto di quella scelta.
Resta da chiedersi se questo modello può essere copiato, e cosa cambia per chi produce o acquista acciaio in Italia.
Non basta da solo (ma in bolletta si sente)
A questo punto la domanda non è più se l’acciaio può essere più pulito, ma cosa conviene aspettarsi da qui in avanti. Va detto con onestà: un impianto da 15,5 MW e 23,3 GWh all’anno non ribalta da solo il bilancio energetico di un gruppo che produce acciaio su larga scala. Feralpi ed Enfinity stimano che l’energia rinnovabile generata taglierà 6.291 tonnellate di anidride carbonica all’anno: utile, ma non risolutivo rispetto alle emissioni complessive del settore.
Il punto, per chi guarda la bolletta di un’impresa energivora, è un altro. Poter contare su 23,3 GWh di produzione stimata e su un PPA da 23 GWh all’anno significa avere una quota di energia rinnovabile già concordata. Non è la soluzione di tutti i problemi, ma per un’azienda che consuma moltissimo ogni gigawattora rinnovabile è un vantaggio concreto e replicabile: la strada di Feralpi mostra che un obiettivo climatico può essere raggiunto in anticipo, e che l’energia pulita in un’industria energivora si misura anche nei conti. Nessuna transizione si fa con un solo impianto, ma sapere che l’energia può arrivare dal sole cambia i conti per chi guarda la bolletta ogni anno. L’aspettativa è che altre imprese energivore seguano la stessa strada: quando l’energia costa meno e inquina meno, non serve aspettare il 2050 per muoversi.




