La Commissione europea ha approvato il programma da 6 miliardi, che userà aste competitive con contratti per differenza bidirezionali
Ventisette tonnellate al giorno. Secondo gasworld intelligence, è tutta l’idrogeno verde che l’Italia produce oggi. Eppure, a metà agosto, Hydrogen Europe ha segnalato che entro la fine dell’anno il Paese lancerà un nuovo programma nazionale di sussidi per l’idrogeno rinnovabile e biogenico, con una dotazione annuale fino a 400 milioni di euro.
Una goccia da 6 miliardi
La sproporzione è il primo dato da maneggiare. Le 27 tonnellate al giorno sono una quantità di energia prodotta, non una potenza installata. Se un impianto di quel tipo girasse tutti i giorni, in un anno produrrebbe poco meno di 10.000 tonnellate. Il programma punta invece a sostenere 200.000 tonnellate all’anno di idrogeno rinnovabile, con scadenza al 31 dicembre 2029: circa venti volte il livello attuale.
Il costo non è banale. La Commissione europea ha approvato il programma lo scorso marzo, in base alle regole sugli aiuti di Stato. L’Italia stima che gli impegni di sostegno, della durata di quindici anni, possano arrivare a circa 6 miliardi di euro nel loro complesso. Le due cifre non sono in contraddizione: 400 milioni all’anno, se impegnati integralmente per quindici anni, equivalgono a 6 miliardi. È una stima di lungo periodo, non una spesa già stanziata in un unico bilancio. Il programma sarà amministrato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica tramite il GSE, con aste competitive almeno ogni sei mesi fino al 2029. Il divario di venti volte va colmato con un bilancio annuale cospicuo ma non illimitato, e con il vincolo di non gonfiare una bolla.
Come si colma una distanza del genere? La risposta sta nel meccanismo.
Il paradosso del prezzo garantito
La risposta sta in un meccanismo che rovescia l’idea comune di sussidio. Non si tratta di un assegno fisso per ogni tonnellata prodotta: il regime si basa su un contratto per differenza bidirezionale, in cui un prezzo di esercizio viene fissato tramite gara competitiva. Se il prezzo di mercato dell’idrogeno supera quel livello, sono i produttori a rimborsare lo Stato. In pratica, il rischio non è tutto pubblico né tutto privato: quando i prezzi salgono, il costo per le casse pubbliche si riduce e può azzerarsi; quando restano bassi, lo Stato integra la differenza.
Le aste competitive servono proprio a far emergere il prezzo di esercizio al quale i progetti sono realmente sostenibili, invece di stabilirlo per decreto. Il punto sensibile è il livello di quel prezzo. Più è generoso, più attrae progetti, ma più espone il bilancio; più è severo, più protegge i conti, ma rischia di non far partire nulla. È un equilibrio che verrà testato con le aste, previste almeno ogni sei mesi fino al 2029. Se il meccanismo è elegante, il problema è un altro: il cartellino dei concorrenti europei.
La gara europea: 1,7 miliardi di concorrenza
Mentre Roma prepara le aste, Madrid e Berlino hanno già aggiunto fondi nazionali alla Banca europea dell’idrogeno. Spagna e Germania partecipano attraverso la funzionalità “Auctions-as-a-Service”, portando in dote ulteriori 1,7 miliardi di euro in fondi nazionali.
Il confronto non è neutrale. Un produttore che deve decidere dove partecipare guarda non solo al prezzo di esercizio italiano, ma anche a quanto sono disposti a mettere sul piatto altri Stati. L’Italia entra in una partita già avviata, con una dotazione annuale rilevante ma con concorrenti che hanno già integrato i propri strumenti nazionali con la Banca europea dell’idrogeno.
Il primo segnale arriverà con le prime aste italiane: quanto basso sarà il prezzo di esercizio? Se i partecipanti accetteranno livelli contenuti, vorrà dire che il mercato scommette su una discesa dei costi; se le aste andranno deserte, le 200.000 tonnellate resteranno un obiettivo sulla carta.




