Il meccanismo prevede aste competitive semestrali dal 2026 al 2029, mentre Spagna e Germania puntano sulla piattaforma europea
Quattrocento milioni all’anno non fanno notizia. Sei miliardi in quindici anni sì: è la cifra che emerge dalla stima degli impegni di sostegno italiani per l’idrogeno rinnovabile, riportata ad agosto da Hydrogen Europe. La Commissione europea aveva approvato il programma lo scorso marzo. E il meccanismo nazionale era stato annunciato già nell’agosto 2025 dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica: nelle parole del ministro Gilberto Pichetto, “uno strumento stabile e competitivo per accompagnare la crescita della filiera italiana dell’idrogeno rinnovabile”. Il conto comincia adesso.
Di cosa parliamo quando parliamo di idrogeno rinnovabile? Di un settore che in Italia deve ancora costruire quasi tutto. Il meccanismo disegnato dal ministero è il tentativo di dare al settore una traiettoria. Resta da capire se basterà.
Il conto da 6 miliardi
Il numero chiave non è il limite di spesa annuale ma il suo orizzonte. Il meccanismo italiano ha un limite di spesa di 400 milioni di euro all’anno e un contingente incentivabile fino a 200mila tonnellate annue di capacità produttiva. Sono i due parametri che definiscono quanto idrogeno rinnovabile e bioidrogeno l’Italia intende sostenere e a quale ritmo. Su un orizzonte di quindici anni, gli impegni di sostegno potrebbero costare circa 6 miliardi di euro complessivi. Il via libera della Commissione europea è arrivato lo scorso marzo, sotto le regole comunitarie sugli aiuti di Stato.
Il punto non è la generosità dell’intervento, ma la sua prevedibilità. Quattrocento milioni all’anno non bastano da soli a far nascere una filiera. Possono però segnalare ai produttori che esiste una domanda pubblica disposta a pagare per la produzione, e a farlo con un calendario stabile. La stabilità, più che la cifra, è il primo elemento da osservare.
Aste al ribasso: il paradosso dell’incentivo
Come si spendono questi soldi? Non con contributi a pioggia. L’accesso agli incentivi avverrà attraverso procedure pubbliche competitive con cadenza semestrale tra il 2026 e il 2029. Le graduatorie saranno definite sulla base del ribasso offerto rispetto al prezzo massimo posto a base d’asta, premiando i progetti in grado di garantire la produzione di idrogeno al minor costo.
Qui emerge il paradosso. Si ottiene il sostegno pubblico chiedendo meno soldi. È la logica delle aste competitive, che punta a rivelare il prezzo reale della produzione e a concentrare il denaro sui progetti più efficienti. Ma ha un corollario: il meccanismo seleziona chi già si avvicina alla sostenibilità economica, non chi parte da zero. Per il contribuente è una buona notizia. Per la nascita di una filiera, dipende da quanti progetti riusciranno a presentarsi alle aste con ribassi credibili.
La cadenza semestrale tra il 2026 e il 2029 introduce un elemento di continuità: il mercato non si gioca su una singola opportunità, ma su una serie di appuntamenti ravvicinati. Chi non arriva pronto alla prima asta può provare alla successiva. Ma la finestra è breve: quattro anni per trasformare un meccanismo cartaceo in impianti funzionanti.
Madrid e Berlino hanno scelto un’altra pista
Mentre Roma costruisce un binario nazionale, Spagna e Germania salgono sul treno europeo. Partecipano alla terza asta dell’idrogeno dell’Unione europea attraverso la funzione “Auctions-as-a-Service”, aggiungendo 1,7 miliardi di euro in fondi nazionali. Il modello è diverso: invece di gestire procedure proprie, i due Paesi agganciano le proprie risorse a una piattaforma comunitaria che ha già standard e regole definite.
Il contrasto non è solo procedurale. La strada europea offre una scala maggiore e un bacino di progetti più ampio; quella italiana consente un controllo più diretto sui criteri e sui tempi. Per la Spagna, l’aggancio all’Europa non è una novità: già nell’aprile 2025 la Commissione europea aveva approvato un regime di aiuti di Stato spagnolo da 400 milioni di euro nell’ambito dello stesso modello “auctions-as-a-service”. L’Italia, in confronto, ha preferito un meccanismo domestico.
Resta da vedere se le aste italiane reggeranno il confronto con la scala europea. Il rischio è di ritrovarsi con una competizione interna limitata, mentre Spagna e Germania attingono a un bacino di partecipanti più vasto. Il vantaggio potenziale è la possibilità di calibrare il meccanismo sulle specificità del proprio sistema industriale.
Il numero da tenere d’occhio, nei prossimi mesi, non è il miliardo. È il primo ribasso d’asta. Da lì si capirà se l’idrogeno italiano nasce competitivo o solo sovvenzionato.




