Il progetto sfrutta la pressione dell’acqua per immagazzinare energia, ma i test in mare aperto devono dimostrarne l’affidabilità

Il dubbio che parte dalla bolletta

La bolletta di agosto arriva e il dubbio è sempre lo stesso: come si fa a contare sull’energia rinnovabile quando il sole non c’è e il vento non soffia? In piena estate la domanda di elettricità cresce, con i condizionatori accesi, ma il fotovoltaico produce solo di giorno e l’eolico dipende dal meteo. A inizio agosto 2026, una risposta parziale è arrivata dal mare italiano: Sizable Energy ha installato un prototipo di accumulo energetico offshore al largo dell’Italia. La notizia, diffusa il 3 agosto, ha riacceso il dibattito su una tecnologia che promette di immagazzinare elettricità su grande scala senza occupare terreni.

Il ragionamento di fondo è intuitivo: se le fonti rinnovabili producono in modo intermittente, serve un luogo dove mettere da parte l’energia in eccesso e usarla quando serve. I sistemi già diffusi — dighe, bacini in quota, batterie al litio — hanno limiti di spazio, di costo o di materiali. Un impianto sommerso che sfrutta la pressione dell’acqua proverebbe a rispondere a questo problema, ma va capito a che punto siamo davvero. Per chi oggi valuta un accumulo domestico o aziendale, il punto non è il singolo prototipo in sé: è capire se in futuro arriveranno alternative capaci di abbassare i costi. E questa notizia non nasce dal nulla: qualcuno ci lavora da anni.

Dal lago al mare: la distanza tra promesse e realtà

Il prototipo italiano non è il primo tentativo di usare l’acqua come batteria. Secondo la documentazione del Fraunhofer IEE, il progetto StEnSea è stato testato in un pilota nel Lago di Costanza: una prova in acque tranquille, ben diversa dalle condizioni del mare aperto, con correnti, onde e salsedine. Un altro concorrente è Ocean Battery, un sistema di accumulo idroelettrico a pompaggio sottomarino sviluppato dalla startup olandese Ocean Grazer, spin-off dell’Università di Groningen, in sviluppo dal 2014. Detto diversamente: da oltre un decennio si lavora a questa idea senza che sia ancora diventata un prodotto diffuso.

Le parole di chi guida Sizable Energy vanno lette con cautela. Già nell’ottobre 2025, il dottor Manuele Aufiero sosteneva che il sistema oceanico immagazzina energia su scala gigawatt in modo conveniente. È una dichiarazione importante, ma resta una promessa: non dice nulla sul costo effettivo per chilowattora, sui tempi di rientro o sulle spese di manutenzione di un impianto immerso in mare. Tra un’affermazione del genere e una filiera di impianti funzionanti ci passano test di durata, autorizzazioni e costi di costruzione. Il mare, per qualsiasi infrastruttura, è un ambiente ostile.

Il confronto tra i tre progetti racconta una verità scomoda: la tecnologia esiste da anni, in laboratorio e in piccoli dimostratori, ma la distanza tra l’annuncio e l’opzione praticabile resta ampia. Resta una domanda aperta: quanto di tutto questo diventerà un’opzione reale per chi paga le bollette, e con quali tempi?

Cosa conviene fare (e cosa no)

Davanti a questi annunci è facile cadere in uno dei due eccessi: l’entusiasmo per ogni prototipo o lo scetticismo totale. L’atteggiamento più utile, per un cittadino o una piccola impresa, è un terzo: prendere nota, non decidere nulla in fretta e osservare i test. Il vero banco di prova non è il singolo impianto sperimentale, ma la capacità di replicarlo su scala industriale, con costi trasparenti e dati di produzione verificabili.

Non aspettarti che la prossima bolletta cambi per questo prototipo, ma segui i test offshore: è lì che si capirà se lo stoccaggio oceanico smette di essere una promessa e diventa un’opzione concreta per cittadini e imprese.