Prestito da 24 milioni: Sindal raddoppia la capacità, da 22 a 44 milioni di metri cubi annui.

Prima di accendere i fornelli nessuno si chiede da dove arrivi il gas. Poi arriva la bolletta. E in Danimarca c’è un impianto che lo scorso 6 agosto ha incassato una risposta concreta: la Nordic Investment Bank ha impegnato 182 milioni di corone danesi, circa 24 milioni di euro, in un finanziamento a 13 anni per raddoppiare la produzione di biometano di Sindal Biogas. Il denaro serve a trasformare più scarti agricoli e industriali in gas pronto per la rete. Dietro alla bolletta, insomma, c’è anche questo: un pezzo di transizione energetica che viaggia nelle tubature di tutti i giorni.

Una bolletta, un impianto, un raddoppio

L’impianto è Sindal Biogas A/S, di proprietà del fondo Advanced Bioenergy Fund I di Copenhagen Infrastructure Partners insieme a KK Invest e DBC Invest. Con il prestito della NIB passerà da 22 a 44 milioni di metri cubi di biometano all’anno: un raddoppio secco. Per riuscirci, la struttura aggiornata tratterà fino a 800.000 tonnellate di rifiuti agricoli e industriali ogni anno. L’espansione è in linea con l’obiettivo danese di avere il 100% di gas rinnovabile nella rete, come conferma anche l’annuncio della stessa banca su un prestito di 13 anni a Sindal Biogas A/S.

La filiera che trasforma gli scarti in gas di rete

Ma la bolletta danese racconta già da tempo un cambiamento. Nel 2023 la quota di biometano nel sistema gas ha raggiunto quasi il 40%, secondo l’Agenzia danese per l’energia. Quasi quattro metri cubi su dieci, in pratica, non arrivano da fonti fossili ma da impianti che trasformano scarti agricoli e industriali. L’agenzia prevede che entro il 2030 il consumo di gas danese sarà al 100% verde. Significa che nei prossimi sette anni bisognerà coprire quella quota — la maggioranza — che oggi viene ancora fornita dal gas tradizionale.

La corsa è sostenuta da capitali cresciuti in fretta. Il fondo Copenhagen Infrastructure Advanced Bioenergy Fund I — lo stesso che possiede Sindal Biogas insieme a KK Invest e DBC Invest — ha raccolto 375 milioni di euro alla prima chiusura nell’aprile 2022 e ha chiuso definitivamente nell’ottobre 2023 con 750 milioni di euro. In poco più di un anno la capacità di investimento è raddoppiata. È il termometro di un settore che attrae capitali crescenti: chi investe in impianti come Sindal non lo fa per beneficenza, ma perché trasformare rifiuti in gas di rete offre una prospettiva economica misurabile sulla durata di un prestito di 13 anni.

Il passo successivo è già impostato. Il fondo Advanced Bioenergy Fund II investirà principalmente nello sviluppo, costruzione e operazione di nuovi impianti di biogas su scala industriale basati sulla digestione anaerobica. Tradotto: il modello di Sindal Biogas — prendere rifiuti agricoli e industriali e trasformarli in gas pronto per la rete — è destinato a essere replicato su scala più ampia. Ogni nuovo impianto che entra in funzione avvicina il sistema gas alla soglia del 100% rinnovabile fissata per il 2030.

Grandi capitali, piccolo impianto

Se il biometano fosse un settore di nicchia, i numeri non racconterebbero questa storia. Nel 2023 Shell ha portato a termine l’acquisizione di Nature Energy, il più grande produttore europeo di gas naturale rinnovabile, per 1,9 miliardi di euro. Nello stesso mercato convive un prestito da 24 milioni di euro — piccolo in confronto, ma sufficiente a raddoppiare la capacità di un singolo impianto. Operazioni da miliardi e finanziamenti mirati da poche decine di milioni lavorano sullo stesso terreno: è la normalità di un mercato maturo, non l’eccezione di un laboratorio. E il lettore può aspettarsi che il gas rinnovabile diventi una componente stabile delle bollette, non un’eccezione sperimentale.

Per chi guarda la bolletta, la direzione è chiara: non serve aspettare il 2030 per capire dove sta andando il gas. Il biometano è già in rete e continuerà a crescere, impianto dopo impianto, prestito dopo prestito. La bolletta smetterà di raccontare solo una dipendenza.