La dimostrazione da 250 kW non ha avuto seguito commerciale

Nel 2020 Microsoft ha alimentato una fila di server con celle a combustibile a idrogeno per 48 ore consecutive: una prima mondiale. Lo scorso 6 agosto, nella sezione Innovation, un’analisi firmata da George Fitzmaurice su Hydrogen Insight si chiedeva se qualcuno userà davvero l’idrogeno per alimentare i data center su larga scala. La risposta degli analisti di BNEF e Wood Mackenzie, citata nell’articolo, è una previsione di ruolo limitato. In mezzo c’è una domanda esplosa: 460 TWh nel 2026, metà dell’intera generazione elettrica del Giappone. Non è una domanda accademica: è il cortocircuito di un mercato che ha già dimostrato la tecnologia ma non ha ancora trovato il modo di pagarla.

La prima mondiale che non ha fatto scuola

Il problema non è tecnico. Secondo l’annuncio di Microsoft, già nel 2020 le celle a combustibile a idrogeno hanno alimentato una fila di server per 48 ore consecutive. Era un proof-of-concept da 250 kW costruito da Power Innovations. Non è rimasto un esperimento isolato: il progetto supportato da Ballard Power Systems ha dimostrato con successo la piattaforma di celle a combustibile su scala megawatt presso il data center di Microsoft a Cheyenne, nel Wyoming. Eppure, le celle a combustibile mancano di economia e scala per la produzione nei data center, come segnala Data Center Frontier. La dimostrazione tecnica c’è, la convenienza economica no: il cortocircuito è tutto qui. Se il problema non è tecnico, che cosa frena davvero l’idrogeno?

La fame di energia non aspetta l’idrogeno

La risposta è nei numeri. Nel 2026, la domanda globale di energia per i data center è pari a 460 TWh, l’equivalente della metà della generazione totale del Giappone. Wood Mackenzie prevede che arriverà a 1.280 TWh entro il 2030 e a 3.700 TWh entro il 2040, con un aumento del 703% rispetto ai livelli attuali. Secondo BloombergNEF, la domanda dei data center raggiungerà 194 gigawatt entro il 2035.

Questi numeri non descrivono una proiezione lontana: sono il fabbisogno di un’industria che corre già adesso. La potenza proiettata da BloombergNEF, 194 gigawatt entro il 2035, è un fabbisogno da sistema elettrico nazionale, non da singolo impianto. Il divario tra la capacità disponibile e i progetti da collegare è ciò che rende il ruolo marginale dell’idrogeno ancora più stridente. Con questa fame di energia, chi si aggiudicherà davvero i gigawatt del prossimo decennio?

Chi vince la corsa: il gas in loco, non le celle

La risposta è già nei portafogli degli sviluppatori. Come spiegava BloombergNEF a luglio, di fronte a ritardi pluriennali nelle connessioni alla rete, gli sviluppatori di data center stanno ricorrendo alla generazione di gas in loco per portare i progetti online più velocemente. Ne nasce un mercato in rapida espansione per turbine, motori, celle a combustibile e batterie. L’idrogeno promette pulizia, ma la fretta di allacciarsi premia chi è già pronto.

Il confronto con il nucleare non aiuta l’alternativa pulita. A gennaio 2026, secondo Musfika Mishi, negli Stati Uniti l’energia nucleare è tre volte più costosa dell’energia prodotta da gas naturale. Non è una scelta ideologica, ma un calcolo sui tempi di allacciamento. Così, mentre l’idrogeno resta fermo alla sua prima mondiale, il mercato corre verso il gas.

Resta aperta una domanda: l’idrogeno potrà mai uscire dalla nicchia delle dimostrazioni, o resterà una prima mondiale senza seguito? L’idrogeno per i data center non è morto, ma è fermo a una prova del 2020. La domanda esplode e la via più rapida è ancora il gas: chi pagherà il conto della decarbonizzazione se l’unica alternativa pronta è fossile?