Progetto da 2,5 GW e 2,9 GWh in Arkansas, con circa 700 posti di lavoro per fase.

C’è una domanda che molti si fanno davanti alla bolletta: io risparmio, ma chi fa davvero la differenza? In Arkansas è arrivata una risposta concreta: un progetto solare da 35 miliardi di dollari. Lo scorso 14 luglio, Google ha siglato un accordo di acquisto di energia con Cypress Creek per le prime due fasi di Steel River Energy Center: si tratta del più grande progetto solare e di accumulo nel portafoglio globale dell’azienda fino a oggi.

La firma che cambia un territorio

Dietro l’accordo c’è un passaggio di proprietà recente. Secondo PV Tech, Cypress Creek ha acquisito il progetto da Swift Current Energy nel marzo 2026, pochi mesi prima di annunciare l’intesa con Google. L’operazione riguarda le prime due fasi: Google assicura l’energia come acquirente, mentre Cypress Creek resta proprietario e gestore dell’impianto. Sul territorio, i numeri spiegano perché la posta in gioco non riguarda solo il colosso tecnologico: Steel River Energy Center dovrebbe creare circa 700 posti di lavoro in costruzione per ciascuna fase e generare circa 300 milioni di dollari di entrate fiscali locali nell’arco di vita del progetto. Per un’area che accoglie un cantiere di queste dimensioni, la firma di un gigante dell’energia pulita cambia le coordinate economiche.

Ma quanto è grande davvero questo progetto? E perché Google ha scelto proprio l’Arkansas? La risposta arriva dai numeri.

Numeri da capogiro e una corsa tra giganti

Una volta completato, Steel River Energy Center avrà 2,5 gigawatt in corrente continua di capacità solare e 2,9 gigawattora di accumulo a batteria. Le prime due fasi, quelle già coperte dall’accordo con Google, hanno ottenuto 3,5 miliardi di dollari di finanziamenti e aggiungeranno 1,63 GW di solare e 1,9 GWh di accumulo alla rete regionale. I 2,9 GWh di batterie servono a mantenere stabile la fornitura anche quando il sole non c’è: per questo un impianto del genere non è solo un campo fotovoltaico, ma un asset di rete. Per dare un’idea della scala, si tratta di circa tre volte la capacità solare di Edwards & Sanborn, uno dei riferimenti più grandi finora realizzati nel Paese.

Non è solo una questione di dimensioni. Steel River è il più grande impianto solare con accumulo di energia negli Stati Uniti ed è costruito con pannelli solari e acciaio strutturale prodotti interamente negli Stati Uniti. Significa che la domanda di energia pulita si trasforma in ordini per la filiera industriale americana, non in importazioni. E la competizione tra big tech spinge nella stessa direzione: nel 2025, secondo BloombergNEF, Meta è stato il più grande acquirente aziendale di energia pulita con 10,24 GW contrattati, superando di poco Amazon con 10,22 GW. Google, con Steel River, ha scelto di non restare a guardare.

Dietro questi numeri, però, c’è un paradosso: mentre le aziende investono miliardi, la politica sembra remare contro.

Mentre Washington frena, il mercato accelera

Ecco il paradosso. Proprio mentre l’amministrazione Trump taglia i crediti d’imposta per l’energia pulita ed erige nuove barriere ai progetti eolici e solari sui terreni federali, il settore privato continua a firmare accordi record. In questo scenario, Steel River resta un punto luminoso per l’industria solare statunitense. Non è un caso isolato: Google ha anche annunciato un investimento di 5 milioni di dollari in iniziative locali per l’accessibilità energetica e progetti di efficienza scolastica.

Per le imprese, accordi di acquisto di energia a lungo termine come questo stanno diventando lo strumento per stabilizzare i costi energetici con prezzi noti nel corso degli anni. Per i cittadini, un progetto di questa scala significa posti di lavoro in cantiere, entrate fiscali per i servizi e interventi diretti su scuola ed efficienza. Il messaggio, anche con incentivi meno generosi, è che la convenienza economica dell’energia solare su larga scala continua ad attrarre capitali. La transizione energetica non è ferma: è trainata da chi ha già capito che l’energia pulita conviene.