Finanziamento per portare le rinnovabili tunisine al 27% entro il 2028, ma l’84% dell’energia resta dal gas importato.
Meno dell’1% della superficie del Sahara basterebbe a coprire il fabbisogno elettrico mondiale: lo calcolò il fisico tedesco Gerhard Knies. Su quel numero è stato costruito un sogno di scala continentale: la Desertec Industrial Initiative, presentata nel 2009 come il più ambizioso progetto di energia solare mai realizzato, con un budget previsto di 400 miliardi di euro per trasportare energia pulita dal deserto ai paesi europei affamati di elettricità. Eppure, lo scorso 20 luglio, per ottenere un solo gigawatt di fotovoltaico e ristrutturare la rete elettrica, l’Assemblea dei rappresentanti del popolo tunisino ha approvato un prestito di 430 milioni di euro della Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo.
Da 400 miliardi a 430 milioni: il ridimensionamento di un sogno
Lo scopo del finanziamento, ha spiegato il ministero tunisino dell’Energia, è portare la quota delle energie rinnovabili nel mix elettrico tunisino dall’attuale 5,1% al 27% entro il 2028, attraverso la costruzione di nuovi impianti, il coinvolgimento di produttori indipendenti e la sottoscrizione dei contratti di acquisto dell’energia previsti dal programma. Sulla carta è un balzo di oltre cinque volte la quota attuale in poco più di un biennio. Ma il ridimensionamento non è solo geografico — dai 400 miliardi dei sogni paneuropei ai 430 milioni di un prestito nazionale — è anche nei numeri del mix elettrico tunisino, che raccontano un punto di partenza molto più fragile di quanto il target lasci intendere.
La dipendenza che nessun target può ignorare
Finora l’84% dell’elettricità tunisina è stato prodotto da vecchie centrali a gas, alimentate con una materia prima importata per circa l’80%, dopo che i piccoli giacimenti locali al confine con la Libia hanno iniziato a esaurirsi. In pratica, il paese paga il gas all’estero per alimentare impianti datati: la transizione alle rinnovabili non è una scelta ideologica, ma una necessità economica e di sicurezza energetica.
Sullo stesso binario corre il programma TEREG, sostenuto dalla Banca Mondiale, che punta a mobilitare 2,8 miliardi di dollari in investimenti privati per aggiungere 2,8 gigawatt di nuova capacità solare ed eolica entro il 2028. Il programma prevede la creazione di oltre 30.000 posti di lavoro, concentrati però nella fase di costruzione dei progetti rinnovabili. In un paese con un tasso di disoccupazione del 15%, che sale fino al 30% tra i giovani, queste fonti potrebbero dare lavoro a migliaia di persone, ma l’occupazione legata ai cantieri è per definizione temporanea: la vera sfida è trasformare quei posti in lavoro stabile, e su questo né il prestito né il programma offrono garanzie.
Il 27% entro il 2028, insomma, non dipende solo dai pannelli. Dipende dalla capacità di una rete fragile di assorbire nuova generazione intermittente, dalla ristrutturazione degli impianti esistenti e dalla disponibilità di capitali privati che oggi sono solo promesse. Il prestito approvato a luglio copre un gigawatt e la rete; il resto è affidato a produttori indipendenti e a contratti che devono ancora essere firmati.
Il Marocco insegna: perché il 27% può non bastare
Il vicino ha già corso. Il primo paese del Nord Africa ad aver puntato sulle rinnovabili fin dal 2009 è stato il Marocco, non a caso l’unico dell’area privo di significative risorse fossili. Solare ed eolico coprono ormai il 45% della domanda interna marocchina. A Parigi, durante la COP21 del 2015, Rabat ha alzato l’obiettivo al 52% entro il 2030, e secondo le analisi più recenti il paese è sulla buona strada per portare la quota di rinnovabili nell’elettricità al 60-65% entro la stessa data.
Confrontato con il 45% attuale e con la traiettoria al 60-65% del Marocco, il 27% tunisino entro il 2028 appare meno un traguardo e più un punto di partenza. Soprattutto perché la Tunisia resta agganciata al gas importato, mentre il Marocco ha costruito una filiera capace di attrarre investimenti. Resta da capire se Tunisi riuscirà a mobilitare davvero i 2,8 miliardi di dollari di capitali privati promessi e a trasformare i 30mila posti previsti in occupazione stabile.
Il sogno del Sahara non è morto, ma si è ridotto a un prestito da 430 milioni. La domanda aperta è se basterà a spezzare la dipendenza dal gas e a trasformare il 27% in un punto di partenza, non in un ennesimo target sulla carta.




