Prezzo a 13.000 euro/MWh, minimo Ue, ma i contratti 15 anni restano chiave per i ricavi.

Un prezzo che nessuno aveva messo in conto

13.000 euro per megawattora. Il 65% sotto il tetto massimo. È il prezzo medio della prima asta MACSE, tenuta dall’Italia il 30 settembre 2024: 10 GWh di capacità BESS sono stati aggiudicati a un prezzo medio di 13.000 €/MWh, contro un tetto d’asta di 37.000 €/MWh. Il divario è di 24.000 euro per megawattora. Non è una sfumatura: è quanto basta per ridefinire le aspettative di rendimento di un intero settore.

L’asta metteva in palio contratti di capacità della durata di 15 anni per sostenere gli investitori nel settore dell’accumulo a batterie. Un orizzonte lungo, pensato per dare stabilità a chi investe in infrastrutture destinate a restare sul mercato per più di un decennio. Eppure il risultato ha sorpreso in senso opposto: la competizione ha compresso i prezzi dei BESS, sia capex che opex, ai livelli più bassi mai visti in Europa. Tutti i progetti aggiudicati sono sistemi di accumulo a batterie agli ioni di litio, con obbligo di entrata in funzione nel 2028 e contratti della durata di 15 anni. In pratica: dieci gigawattora di capacità, tutti al litio, tutti con la stessa scadenza di entrata in esercizio.

Il numero è la notizia, ma il numero da solo non spiega nulla. Perché i prezzi sono scesi così in basso? E soprattutto, chi ci guadagna davvero?

Perché il ribasso non è una svendita

Se il prezzo è crollato, la ragione non va cercata in un mercato in difficoltà. Al contrario: nella discussione dell’Energy Storage Summit 2026, tenutasi lo scorso febbraio, gli analisti hanno ribadito che, che si sia vinto o meno nell’asta, ci sono opportunità profonde e a lungo termine nel mercato energetico italiano. Il prezzo basso non è una svendita: è il prodotto di un mercato che ha prezzato in modo aggressivo, ma con fondamentali che restano solidi.

Il punto centrale è il disegno delle penalità. Secondo Antonio Montoto, Terna e ARERA hanno fatto un buon lavoro nell’allineare le penalità con ciò che il sistema può fornire. È il dettaglio tecnico che aiuta a leggere il risultato: un prezzo record non è un’anomalia, ma l’esito di un’asta in cui il quadro regolatorio ha funzionato come previsto. Quando le penalità sono coerenti con le prestazioni che il sistema può davvero garantire, chi partecipa può presentare offerte più basse senza esporsi a rischi sproporzionati.

Il paradosso è che un prezzo al minimo europeo può convivere con opportunità profonde: i contratti di 15 anni restano uno strumento di stabilizzazione dei ricavi nel lungo periodo. Ma non è uno spazio per tutti. La prossima asta cambierà di nuovo il campo, e cambierà anche chi può permettersi di stare al tavolo.

Cosa guardare nei prossimi mesi

Il prossimo round MACSE è previsto per il quarto trimestre del 2026 e punta a una capacità massima di 16 GWh, con obiettivo di entrata in funzione nel 2029. Il primo round ha assegnato 10 GWh nel settembre 2024, con progetti attesi in funzione nel 2028: la posta cresce del 60%.

Ma tra le due scadenze c’è un’incognita. L’asta del Capacity Market 2028, calendarizzata per lo scorso luglio, potrebbe ridurre la quota riservata al MACSE. Il meccanismo è semplice da capire ma incerto negli esiti: la quota del MACSE potrebbe essere ridotta dalla capacità BESS del Sud Italia eventualmente assegnata nell’asta del Capacity Market 2028. Se così fosse, il prossimo round si giocherebbe su uno spazio più stretto, con una competizione potenzialmente ancora più selettiva.

Nei prossimi mesi il numero da tenere d’occhio è 16 GWh. Se il Capacity Market di luglio ridurrà la quota, la prossima asta dirà se il ribasso è strutturale o solo un’eccezione.