Un impianto da 100 MW gestito da Datang con celle HiNa opera dal 2024, ma la strategia del colosso cinese
L’effetto annuncio: chi arriva primo, ma per secondo
A fine giugno, sul palco di Monaco di Baviera, CATL ha presentato il TENER Sodium Energy Storage System come la prima soluzione di accumulo a ioni di sodio validata sul campo al mondo. Parole pesanti, scelte con cura: non stiamo parlando di un prototipo da laboratorio, lascia intendere l’azienda di Ningde, ma di una tecnologia che ha già dimostrato di funzionare in condizioni reali.
La notizia rimbalza sulle agenzie internazionali. C’è solo un piccolo dettaglio. A Qianjiang, nella provincia di Hubei, un impianto da 100 MW e 200 MWh costruito dalla società statale Datang con batterie fornite da HiNa Battery è in funzione dal luglio 2024 — quasi due anni prima dell’annuncio bavarese. Non si tratta di un test, ma di un progetto operativo, il più grande al mondo nel suo genere, che ha già accumulato mesi di esercizio reale mentre CATL preparava le slide per la fiera tedesca.
Il paradosso è servito. La rivendicazione del primato non regge sul piano cronologico, e CATL lo sa benissimo: l’azienda non ha mai detto di essere stata la prima al mondo, ha detto di essere la prima con un sistema validato sul campo. La differenza è sottile, quasi lessicale, e serve a spostare l’attenzione su ciò che conta davvero: non chi arriva prima con un singolo progetto, ma chi arriva con i volumi capaci di riscrivere le gerarchie industriali di questo mercato. Se il primato temporale non è il vero obiettivo, allora dietro l’annuncio c’è una mossa che punta più in alto. Quale?
Il bianco prussiano e i numeri che contano
La risposta non arriva dal palco di Monaco, ma dai laboratori e dai contratti siglati nella primavera di un anno fa. Ad aprile 2025, CATL e HyperStrong hanno firmato un accordo di cooperazione strategica sulle batterie agli ioni di sodio per lo stoccaggio energetico che prevede una fornitura di 60 GWh in tre anni. Sessanta gigawattora. Per dare un ordine di grandezza: l’intera capacità di accumulo installata in Europa nel 2023 era di circa 17 GWh. Un singolo contratto, firmato lontano dai riflettori, triplica quella cifra e la spalma su trentasei mesi.
È qui che si annida la vera strategia. CATL ha già lanciato, a giugno 2025, il suo sistema di accumulo al sodio su larga scala con moduli da oltre 30 MWh. Le spedizioni cumulative del sistema TENER dovrebbero raggiungere 1 GWh entro la fine di quest’anno, e le consegne globali partiranno da giugno 2027. La tabella di marcia è scolpita: non un progetto pilota, ma una pipeline commerciale che trasforma la chimica del sodio da curiosità tecnologica a prodotto industriale standardizzato.
Dietro i numeri c’è un problema tecnico che ha tenuto occupati i ricercatori per anni. Le batterie agli ioni di sodio soffrivano di un decadimento rapido della capacità durante i cicli di carica e scarica, un difetto che le rendeva inadatte all’accumulo stazionario dove la longevità è tutto. CATL ha applicato il materiale bianco prussiano con una capacità specifica più elevata e ha ridisegnato la struttura interna riorganizzando gli elettroni. In parole povere: ha risolto il problema che impediva al sodio di fare concorrenza al litio non solo sul prezzo, ma anche sulla durata.
L’annuncio di Monaco, allora, va letto in controluce. Non è l’ingresso in scena di un pioniere, ma il segnale che la fase esplorativa è finita. Il colosso cinese non sta chiedendo al mercato se il sodio funziona — lo ha già dimostrato HiNa Battery a Qianjiang e lo ha validato lui stesso nei propri test. Sta dicendo che da qui in avanti il sodio sarà disponibile in quantità industriali, a prezzi che il litio non potrà mai toccare, con una catena di fornitura già oliata. Mentre CATL prepara le spedizioni globali per il 2027, il mondo fuori dalla Cina si sta attrezzando o resta a guardare?
Chi resta senza batterie
I moduli da oltre 30 MWh già lanciati l’anno scorso e l’avvio delle consegne globali previsto per la metà del 2027 disegnano un orizzonte piuttosto chiaro. La Cina sta liquidando il litio con il sodio non perché il litio sia finito, ma perché il sodio costa meno, non dipende da catene di approvvigionamento dominate da Cile e Australia e non soffre gli stessi colli di bottiglia. Chi in questi anni ha investito miliardi in gigafactory basate su litio, ferro e fosfato — Stati Uniti ed Europa in testa — rischia di trovarsi con tecnologie che il mercato cinese renderà economicamente marginali prima ancora che i prestiti siano stati ripagati.
Non è una questione di scelta tecnologica, ma di velocità. Il sodio non è più una scommessa, ma un mercato che si sta chiudendo. E chi non ha un pezzo della filiera cinese — o una filiera alternativa già in produzione — rischia di restare fuori dalla transizione, senza nemmeno accorgersene.




